Archivio Notizie

Tutte le notizie dal mondo del meridionalismo

“Non siamo tutti leghisti, qui” – MO! Unione Meridionale a Pontida per la Giornata dell’Orgoglio Antirazzista e Meridionale

Share Button

di Salvatore Merolla

In un bellissimo e soleggiato sabato di aprile si è svolta a Pontida la prima manifestazione dell’orgoglio antirazzista, migrante e meridionale. La piccola cittadina bergamasca ospita ogni anno il raduno della Lega Nord ed è stata per questo scelta come perfetta location per l’organizzazione di un festival antirazzista che fosse l’antitesi del raduno dei verdi e cornuti leghisti. All’avvicinarsi al luogo dell’evento si notava la presenza sempre più massiccia di forze dell’ordine, pronti a chissà quale guerriglia portata dai terroni sporchi, brutti e cattivi. Dopotutto parliamo di una città completamente blindata per ordinanza del sindaco, leghista, che ha ordinato la chiusura di strade, negozi, scuole, uffici comunali, poste e perfino cimitero, perchè si è ravvisato un “grave pregiudizio dell’incolumità pubblica per l’insorgere potenziale di episodi criminosi”. Che dire, se non che i leghisti ci hanno abituati da anni alle chiusure, soprattutto mentali.

La manifestazione inizia e gli artisti che si alternano sul palco sono tanti, l’atmosfera è stupenda e il clima piacevole fa la sua parte. Non solo terroni ovviamente tra il pubblico, il filo conduttore è l’antirazzismo e in esso convergono forze di diversa provenienza geografica e politica, dai gruppi identitari (meridionali, veneti e sardi) ai movimenti antirazzisti di ogni parte d’Italia, Lombardia compresa. Non pochi neanche i curiosi del posto che facevano capolino per vedere con i propri occhi cosa stessero combinando questi invasori meridionali. Ovviamente l’unica invasione che si presentava dinnazi a loro era quella pacifica fatta di messaggi di fratellanza, ottima musica e buon cibo del sud, come la nduja di Spilinga che in tanti hanno gustato al nostro gazebo mentre chiedevano informazioni sul mondo meridionalista. Arriva anche chi si sente in dovere, da lombardo, di prendere le distanze dalla Lega, come un partecipante di Bergamo che ci dice “è bellissimo, qui non ho mai visto una cosa del genere… ditelo anche giù, non siamo tutti come i leghisti”.

In chiusura di concerto siamo intervenuti dal palco con Domenico Santoro, che ha ricordato come ancora oggi i meridionali siano costretti ad emigrare per mancanza di prospettive nel proprio territorio, ponendo l’accento sulla differenza tra emigrazione e mobilità e ricordando quanto scritto nell’articolo 11 della carta dei Principi:

“Unione Mediterranea distingue tra emigrazione (piaga sociale espressione di schiavitù e sottomissione) e mobilità (virtù sociale espressione di libertà e apertura). Si impegna con ogni mezzo, nel rispetto dei valori del movimento, a contrastare la prima (anche con la promozione delle condizioni socio economiche atte a favorire il ritorno nella terra natia) e a non ostacolare la seconda.”

Ci auguriamo che questa bella esperienza possa avere un seguito, magari con un “Terron Pride” annuale che veicoli ancora meglio il grido della parte di paese che non vuole più essere considerata cittadinanza di serie B.

Sportello antidiffamazione a Napoli: un esempio da estendere e approfondire

Share Button

di Ciro Esposito

Il Comune di Napoli ha istituito lo sportello “Difendi la città”, con il compito di raccogliere le segnalazioni dei cittadini relative alle offese diffamatorie contro Napoli. Non si tratta di perseguire le critiche all’amministrazione, come pure sta scrivendo qualche penna importante (e intinta nel veleno) della stampa nazionale. In realtà la differenza tra critica e diffamazione è evidente, non serve rimestare nel torbido. Non ci sarà nessun automatismo: il cittadino segnala, l’Avvocatura valuta se procedere o meno. Certamente, uscite come quella del Sindaco di Cantù (“Napoli fogna infernale”) o quella precedente di Roberto Calderoli (“Napoli fogna da bonificare”) sarebbero prese in considerazione.

Negli ultimi anni si è prodotto un circolo vizioso: giornalisti in cerca di notorietà, politici in affanno o starlette televisive in ombra, la sparano grossa su Napoli, sollevano un polverone, finiscono sui giornali, vengono ospitati in tv e dividono il web… raggiungendo così il proprio obiettivo. Non rispondere significa far passare il loro messaggio, rispondere vuol dire fare il loro gioco. Ora, sapendo di rischiare più facilmente una querela e di essere colpiti nel portafogli, saranno più attenti.

Lo “sportello antidiffamazione” si inserisce nel progetto “Napoli Autonoma”, la cui delega è stata affidata a Flavia Sorrentino, la capolista di “MO! Unione Mediterranea” alla passate elezioni comunali, che prosegue così il suo impegno meridionalista. Lo stesso Sindaco De Magistris sottolinea il legame tra lo sportello e il rilancio della città: in una società fondata sulla comunicazione, la reputazione ha ancora di più un valore economico. In questo caso l’immagine non ha nulla di effimero o di estemporaneo.

L’iniziativa del Comune di Napoli potrebbe essere estesa e approfondita. Infatti, pur senza tirare in ballo le tifoserie degli stadi,  i casi di insulti, offese e vere proprie discriminazioni ai danni dei meridionali (e non solo dei napoletani) sono frequenti e non sembra che siano in diminuzione. All’estero abbiamo degli esempi – non dico dei modelli – che sarebbe utile studiare.  Una su tutte, l’attività dell’Anti-defamation League, fondata nel 1913,  che ha avuto un’importanza storica nel contenere la diffusione dell’antisemitismo negli Stati Uniti.

Davanti a me ho l’immagine di quell’insegnante mortificata cui il Dirigente Scolastico di un istituto del Settentrione strappò in faccia la richiesta di usufruire della Legge 104: “Tanto a Napoli sono tutte false!”. Il sindacato fece rientrare quella prepotenza, ma se il Dirigente avesse saputo di un’associazione antidiscriminazione a tutela dei meridionali, probabilmente non si sarebbe permesso quell’abuso.

Una Pontida migrante ed antirazzista, alla quale MO! – Unione Mediterranea aderisce con gioia

Share Button

di Raffaele Vescera

Il 22, nella cabala napoletana, è il numero dei pazzi e i napoletani hanno avuto la pazza idea di andare a Pontida, il 22 aprile. A far che? Per contestare il giorno della manifestazione commemorativa dei leghisti di un’inesistente Padania e un improbabile Alberto da Giussano e per festeggiare “l’orgoglio terrone e antirazzista”. No, non c’entra con i film di Checco Zalone e la pipì nell’ampolla dell’acqua del Po, la storia è vera, neomeridionalisti e centri sociali, non solo napoletani ma in partenza dall’Italia intera, stanchi di decenni di insulti e di vessazioni anti Sud da parte della Lega Nord, si organizzano per invadere pacificamente e festosamente la cittadina di Pontida con mandolini e tamburelli, allo scopo di mostrare ai “travestiti barbari cornuti” un modo meno cupo di stare insieme.

Salvini grida alla provocazione contro il sabato del villaggio e il sindaco leghista di Pontida, spaventato dall’arrivo dei terùn, ordina con un editto il coprifuoco totale del paese con chiusura del traffico, di tutti gli esercizi pubblici e commerciali, cimitero e farmacie comprese. Al che, i meridionalisti hanno risposto che la provocazione l’hanno subìta loro, con la forzata visita di Salvini a Napoli, e che a Pontida andranno già muniti del necessario, pizze, birre e aspirine in caso di mal di testa nel sentire le fregnacce razziste solitamente divulgate nelle nebbiose vallate subalpine, in quanto al cimitero sperano di non averne bisogno e per i certificati comunali, impossibili da chiedere agli uffici chiusi, sarà affare dei paesani.

Perché arrivare a tanto, vi chiederete? Provate voi a subire per un quarto di secolo ingiurie e insulti di ogni sorta, che vanno dal “terroni scansafatiche” al “tutti furbi e mafiosi”, dopo aver buttato il sangue da emigrati, in dieci milioni, nelle industrie del Nord per arricchirlo. Al Sud è ormai opinione diffusa che la Lega Nord sia stata inventata a fine anni ’80 dagli industriali settentrionali per fermare lo sviluppo del Mezzogiorno, che in quegli anni, crescendo più del Nord, grazie alla vituperata eppure efficace Cassa del Mezzogiorno, aveva fermato l’emigrazione della propria manodopera, facendola mancare alle fabbriche padane.

Quella Cassa del Mezzogiorno, accusata di ogni misfatto e ruberia, che assorbiva appena lo 0,5% del Pil nazionale, ridusse il divario economico Nord-Sud dal 53% del dopoguerra al 67% di fine anni ’80. Così continuando ancora per vent’anni, l’avrebbe azzerato, unendo per davvero l’Italia e gli italiani. Invece, a vent’anni dalla chiusura della Cassa, il divario del Sud rispetto al Nord è ritornato prossimo alla fatidica soglia del 50% del dopoguerra. Le nazioni industriali hanno bisogno di colonie, d’oltremare o interne che siano, per approfittare delle sacche di disoccupati da usare quale manodopera a basso prezzo. Più di tutto spaventava la crescita industriale del Mezzogiorno in grado di fare concorrenza a quella del Nord, mettendola in crisi.

I leghisti lamentavano l’ingiustizia dei fondi addizionali per il Sud, appena mezzo punto del Pil, dimenticando che gli investimenti ordinari dello stato per il Sud erano di dieci punti inferiori al dovuto in rapporto agli abitanti, mediamente inferiori del 40% a quelli fatti per il Nord. Quel 40% di differenza che segna la ricchezza pro capite tra un italiano e un “diversamente italiano” abitante al Sud. Dicevano che i politici meridionali rubavano soldi alla Cassa del Mezzogiorno, vero, ma che forse le ruberie ben più grandi dei politici settentrionali, lombardi in testa, hanno fermato gli investimenti statali al Nord?

Le tensioni sociali nascono dalle ingiustizie, non è necessario ricordarlo, e se al danno economico subìto dal Mezzogiorno si aggiungono gli insulti ai suoi abitanti, definiti “topi di fogna da sterminare con il fuoco del Vesuvio”, si capisce la reazione in atto al Sud. A Pontida non ci andranno solo i centri sociali napoletani, ci saranno anche i movimenti meridionalisti organizzati, quali “Unione Mediterranea”, ben lontani dalla jacquerie e dalle violenze di piazza. Ci andranno per festeggiare “l’orgoglio terrone” con canti e balli, ma molti sospettano anche che faranno tremare Pontida con una sonora pernacchia corale all’indirizzo della controparte, che riunisce leghisti e neofascisti in un antistorico ritorno al razzismo.

Tuttavia, tutto ciò non garantisce lo svolgimento pacifico della giornata, considerando la possibile presenza di provocatori organizzati, solitamente usati nelle manifestazioni di piazza per giustificare il ricorso al manganello e per squalificare i manifestanti pacifici. Cossiga dixit. Si spera che il buonsenso dei partecipanti sappia riconoscere e allontanare tali inquietanti presenze.

Mega-deposito Q8/Energas a Manfredonia: decisione del MISE rinviata a data da destinarsi e nuove speranze di vittoria per i cittadini

Share Button

Per chi non fosse ancora a conoscenza di tale vicenda, la ditta Q8/Energas di Diamante Menale, imprenditore di Napoli, alla fine degli anni ’90 siglò un accordo col Comune di Manfredonia per installare un mega-deposito di GPL nei pressi della città sipontina, precisamente in località Santo Spiriticchio.
Dopo tanti anni di silenzio, i termini dell’accordo sono partiti all’incirca 2-3 anni fa e da allora tutti i manfredoniani si sono attivati per bloccare tale pericolo per le seguenti ragioni:

1) E’ pericolosissimo, poiché una minima scintilla scatenerebbe un’esplosione che raderebbe al suolo l’intera città e le aree limitrofe, dato che il GPL, che, secondo i piani, dovrebbe essere trasportato e scaricato dalle navi presso il fatiscente Porto Industriale “Alti Fondali”, ormai ai limiti dell’agibilità, giungerà da lì fino al mega-deposito tramite un tubo sottomarino che per l’appunto attraversa parallelamente quasi tutta la cittadina;

2) Il tubo distruggerebbe l’intera fauna e flora sottomarina, poiché il GPL, essendo una miscela di idrocarburi molto fredda, andrebbe costantemente riscaldato per evitare problemi nel tubo, scatenando di conseguenza danni indicibili nelle immediate vicinanze per via delle alte temperature;

3) Il mega-deposito dovrebbe essere costruito in un’area naturalistica protetta, ovvero Santo Spiriticchio, parte integrante del Parco Nazionale del Gargano, e nei pressi della base NATO dell’Aeronautica Militare di Amendola, provocando quindi un ulteriore danno all’ambiente e divenendo un potenziale obiettivo molto ambito da eventuali terroristi;

4) L’area scelta per la costruzione dell’impianto è una zona altamente sismica, poiché vicina a ben tre faglie particolarmente attive: la faglia di Rignano, quella di Mattinata e quella di Candelaro.

Il 13 novembre 2016 i manfredoniani sono stati chiamati al voto per un referendum consultivo, con la schiacciante vittoria del NO al deposito, raggiungendo il 96,02% dei cittadini contrari ma, almeno fino a qualche giorno fa, aleggiava ormai da tempo il forte timore che tale votazione fosse finita nel dimenticatoio, poiché oscurata dai troppi interessi economici in ballo nel Golfo di Manfredonia, minacciato ora, tra l’altro, anche dall’approdo di un metanodotto della SNAM e da un parco eolico offshore della ditta tedesca WPD, che danneggerebbero ulteriormente la già martoriatissima costa.

Per questa motivazione, il Circolo Territoriale di Capitanata, BAT e Bari “Matteo Mangiacotti”, durante l’evento serale tenutosi in Piazza del Popolo a Manfredonia il 18 marzo, si è alleato, a nome di MO! – Unione Mediterranea, con Manfredonia Nuova, principale movimento politico della città impegnatosi seriamente a contrastare questi “ecomostri”, affiancato anche dalle numerosissime associazioni di cittadini ed attivisti, tra le quali spiccano anche i 5 Stelle del gruppo Manfredonia in Movimento Amici di Beppe Grillo, e, tutti insieme, hanno portato avanti la lotta, giungendo fino a Roma, nella mattinata di giovedì 13 aprile, quando i suddetti movimenti, appoggiati sul posto anche da noi di MO! – Unione Mediterranea, tramite i membri del Circolo Territoriale di Roma, si sono recati dinanzi alla sede del Ministero dello Sviluppo Economico in via Molise per manifestare e rendere nota la loro contrarietà al progetto, proprio mentre era in corso la conferenza decisoria negli uffici del MISE, alla quale ha preso parte il sindaco di Manfredonia Angelo Riccardi.

Dopo ore di continue proteste e dopo una lunga attesa, il primo cittadino di Manfredonia si è incontrato con i manifestanti, capitanati dal leader e consigliere comunale di Manfredonia Nuova Italo Magno e da Gianpaolo de Giorgio e Luigi Starace di Manfredonia in Movimento, e ha riferito loro che il MISE ha determinato la sospensiva dell’incontro a data da destinarsi, poiché il sindaco, come rappresentante del Comune di Manfredonia, appoggiato dalla Regione Puglia, dichiaratasi ufficialmente contraria al progetto di Menale in seguito al risultato del referendum cittadino del 13 novembre, ha sottolineato l’importanza di effettuare ulteriori rilievi per quanto riguarda l’impatto paesaggistico ed urbanistico e l’agibilità del Porto Industriale “Alti Fondali”, prima di emettere la sentenza finale.

“Non è quindi una questione di interessi politici”, come affermato dal sindaco, “ma di valutazione tecnica e di sicurezza dei cittadini e dell’intera area di Manfredonia”, questioni entrambe accettate dal Ministero, il quale ha fornito, agli enti preposti per i nuovi rilievi, 30 giorni di tempo, a partire dalla pubblicazione dell’esito della conferenza del 13 aprile, per consegnare i risultati ed indire dunque il nuovo incontro per decidere una volta per tutte le sorti della città fondata da Manfredi di Svevia, famosa anche come la “Porta del Gargano”, con la speranza che, almeno per una volta, le richieste dei cittadini vengano esaudite.

La proroga bilancio alle città metropolitane – Storie di ordinario colonialismo interno

Share Button

da un articolo di Desire Rosaria Nacarlo

Il 9 aprile scorso Luigi De Magistris, ha affidato ad un post facebook uno sfogo indirizzato al Governo Gentiloni. La questione affrontata dal sindaco di Napoli è EMBLEMATICA DELL’ATTEGGIAMENTO COLONIALE ad oggi ancora presente nel DNA nord-centrico del governo Italiano.

Il busillis della questione è un decreto legge ad hoc varato dall’attuale governo, e teso a prorogare il limite del 30 giugno per l’approvazione dei bilanci delle città metropolitane. Milano, Torino e Roma sono in estrema difficoltà e rischiano di bucare la data. Il sindaco di Milano, allora, ha chiesto ed ottenuto l’intervento del Governo.

Nulla di male fin qui. Certo, se la cosa fosse partita da Napoli avremmo assistito alla solita processione dei sicofanti che, popolata dai vari Facci, Giletti, Bizzozzero (per citarne un paio) e con in testa Matteo Salvini, avrebbe fatto scempio delle proprie vesti al grido di “Sud assistenzialista”. Fortunatamente la richiesta è targata “capitale morale” quindi la manfrina ci viene risparmiata.

Capita, invece, che a Napoli il bilancio sia già in ordine ed approvato al 31 gennaio, e che il buon lavoro delle amministrazioni attuali abbia fatto “sparagnare” all’area metropolitana 500 milioni. Non ditelo ai Leghisti, ma quei soldi ci sono e potrebbero essere impiegati per la più grande opera di messa in sicurezza dal 1980 in qua. Già, potrebbero. Perché usiamo il condizionale? Semplice! Perché lo stato blocca quei fondi in base ai vincoli di bilancio, e lo fa anche potendolo evitare. Basterebbe una norma per svincolarli.

Invece ci si trova, da un lato, a derogare, prorogare, concedere alle amministrazioni PD e 5stelle del centronord, e dall’altro a tenere Napoli (ed osiamo dire “tutto il sud”) con la testa sott’acqua. Basti pensare al fatto che il comune di Napoli, in regime di riequilibrio, sta facendo i salti mortali per far quadrare i conti, anche a fronte dei continui tagli ai comuni e – ad esempio – ad un blocco per 80 milioni derivante da un pignoramento datato al 1980! Sbloccare quei 500 milioni a livello “metropolitano” potrebbe essere equivalente alla boccata d’ossigeno che giustamente il governo vuole concedere a Milano, Torino e Roma.

Niente illusioni. Nessuna azione in tal senso è prevista. In puro stile colonialista sabaudo (e dire che siamo nel 2017!) Pantalone il lamentoso viene foraggiato (ma non smette di lamentarsi). Pulcinella invece è preso a calcioni nel sedere, e deve pure sentirsi dare del mariuolo inefficiente anche in presenza di fatti che provano il contrario.

Eppure “[…] noi non vogliamo le leggi speciali come vi chiedono quelli che le hanno già avute. Noi non vogliamo privilegi. Noi che amministriamo senza soldi, ma in autonomia e con tanta onestà, vi chiediamo il giusto – per non andare in agonia per colpa di uno Stato ingiusto e iniquo -, quello che ci spetta da tempo e voi lo sapete.”

“Da noi la pazienza per le ingiustizie è terminata.”

Il Ponte alla Luna a Sasso di Castalda – Una passeggiata fra le nuvole ed i nostri simboli

Share Button

di Rosaria Cunti

A Sasso di Castalda, piccolo comune della Basilicata in provincia di Potenza, il 6 aprile 2017 è stato inaugurato il “Ponte alla Luna”. Sospeso a 120 metri d’altezza, il “tibetano” si fa strada nel cuore del Parco dell’Appennino Lucano e ci ricorda quanto la storia del Mezzogiorno abbia inciso sui destini delle popolazioni del sud e sullo sviluppo delle terre da loro abitate. Il paese, che originariamente si chiamava Terra del Sasso, dopo l’Unità d’Italia assunse il nome di Sasso di Castalda, ma insieme al nome cambiò anche la vecchia classe dirigente e le ripercussioni in termini economici e sociali non tardarono a farsi sentire, traducendosi in povertà ed emigrazione.

Anche se il ponte sembra voler condurre il coraggioso visitatore fin sopra la luna, in realtà la scelta del nome rappresenta un omaggio che il Comune ha deciso di fare all’ingegnere della NASA Rocco Petrone, direttore di lancio nel programma Apollo, che il 20 luglio del 1969 condusse Neil Armstrong per primo sulla Luna. Americano dello stato di Washington, Rocco Petrone era figlio di Antonio e Teresa Petrone, emigrati nel 1921 dal piccolo centro della Basilicata in cerca di fortuna, quindi un talento tutto made in sud.

In realtà, i ponti tibetani a Sasso di Castalda sono due, ed il loro percorso si sviluppa sulle sponde del “Fosso Arenazzo”. Percorrendo le stradine che si diramano tra le caratteristiche abitazioni in pietra di cui è ricco il centro storico, si raggiunge il “Ponte Inferiore Fosso Arenazzo” che è lungo 95 metri, si spinge ad un’altezza massima di 70 metri ed è formato da 180 gradini d’appoggio.

Finito il primo ponte si prosegue su un caratteristico sentiero immerso nella natura e dopo 15 minuti di cammino si arriva all’imponente “Ponte alla luna” che vanta una campata unica di 300 metri, sospesa nel vuoto a 120 metri di altezza, con ben 600 gradini d’appoggio e un tempo di percorrenza di almeno 30 minuti; l’impegno che l’impresa richiede sarà ampiamente ripagato da uno spettacolare sky-walk in vetro e un belvedere attrezzato che consentono di ammirare lo splendido panorama delle montagne circostanti.

L’intera area di Sasso di Castalda, che si trova a circa 900 metri di altezza, è diventata nel tempo un importante punto di riferimento per gli amanti delle emozioni e delle bellezze naturalistiche, grazie anche alla presenza di 2 vie ferrate, la Via Ferrata Arenazzo e la Via Ferrata Belvedere, i 2 ponti tibetani sportivi e due sentieri naturalistici: il sentiero della Legalità, dedicato al medico sassese Mimmo Beneventano (originario di Sasso) caduto vittima della camorra negli anni ‘80 e il sentiero Frassati, così chiamato in onore del beato Pier Giorgio Frassati che dedicò la sua vita ai bisognosi, ai malati e agli infelici.

In prossimità del centro storico di Sasso di Castalda, è possibile esplorare l’area faunistica del Cervo (Cervus elaphus) che consente agli animali di vivere in condizioni di semilibertà similari a quelle naturali e la faggeta La Costara dove si erge il maestoso faggio di San Michele simbolo del paese, la cui età va dai 300 ai 400 anni, e che nella tradizione Sassese è il primo albero a fiorire preannunciando l’arrivo della primavera.

Manuali scolastici: prof, scegliete chi non disprezza il Sud

Share Button

di Ciro Esposito

Lo “Sputtanapoli” non passa solo dai libri di storia, ma anche da quelli di geografia. Il primo esempio di discriminazione, denunciato dai Verdi campani, riguarda “Geocommunity”. Per questo manuale di geografia di scuola media edito da Zanichelli, Roma “è il massimo polo d’attrazione come centro culturale e artistico mondiale”; Milano è la prima città “per importanza come centro economico e finanziario”; Torino è “in trasformazione da città industriale a città di servizi”; Genova “ha il primo porto in Italia”; Bologna è la “dotta”; Firenze è Firenze. Napoli, invece, merita di essere citata solo per “l’alta densità” di popolazione e per i suoi “forti problemi sociali”. Per Geocommunity non esistono altre città del Sud meritevoli di menzione: evidentemente Bari e Palermo sono ancora dei villaggi.

Potreste chiedere: e allora, Napoli non ha problemi? Certo che li ha. Tuttavia, i ragazzi che studiano geografia potrebbero sapere che non ha solo quelli, che Napoli è molto di più dei suoi problemi. Questo per tacere dei problemi delle altre città, che infatti vengono taciuti, ovviamente per necessità di sintesi.

Oggi si è aperto un nuovo caso, che è finito anche sul “Corriere del Mezzogiorno”, in un articolo firmato da Luca Marconi.

Il manuale di geografia “Link” (sempre per la scuola media), per invitare gi studenti a riflettere sui problemi dell’ambiente non ha trovato di meglio che pubblicare   una foto che mostra il Castel dell’Ovo che si affaccia su una spiaggia colma di rifiuti. Si tratta di un fotomontaggio, non fosse altro perché davanti al castello napoletano c’è una scogliera e non la spiaggia. La “solita” insegnante terrona protesta: scrive alla casa editrice del manuale, la “Bruno Mondadori Scuola” e pubblica il fotomontaggio sulla pagina fb di un gruppo di insegnanti, suscitando il loro sconcerto. Dagli editori di “Link riceve una risposta surreale (e arrogante): ”La fotografia è realizzata da un’importante agenzia giornalistica, che noi abbiamo pubblicato così com’era, ovviamente senza alcun intervento o ritocco”.

“Link” è già fuori catalogo, ma molti di voi sanno che l’”inciampo” non è isolato. La degnazione, il disprezzo o l’aperto razzismo verso il Sud fanno capolino anche lì dove meno te l’aspetti, diventando, quando non trovano un argine, parte integrante dell’educazione alla minorità dei meridionali.

Gli insegnanti farebbero bene ad aprire gli occhi e a reagire, come è accaduto su tante altre questioni sensibili. A breve i prof dovranno scegliere i libri di testo per il prossimo anno scolastico. Selezionare testi che non maltrattano il Sud sarebbe un gesto importante, di ecologia della cultura.

Primarie Pd. Renzi riprende forza e vince? No, è solo dopato.

Share Button

di Raffaele Vescera

Primarie Pd. Renzi vince facile nelle sezioni Pd governate dai capetti suoi dipendenti, anche al Sud, ahinoi. in Campania, per dire, c’è De Luca, in Sicilia Crocetta, in Basilicata Pittella e così via, le cui carriere politiche, e anche giudiziarie, in un partito di nominati, dipendono dal capo del partito che, con un sì e con un no, può decidere del loro destino. Solo in Puglia, dove Emiliano è scarsamente ricattabile dal capo e ha la forza per sfidarlo, le cose vanno diversamente, vince il governatore pugliese.

Qualcuno ha fatto il raffronto tra il risultato plebiscitario del Sud contro Renzi del referendum costituzionale del 4 dicembre e quello a suo favore di questi giorni nelle sezioni di partito, leggendolo impropriamente come una “rivincita” dell’ex premier dato in forte rimonta, che dal 70% contro dei voti meridionali sarebbe passato ad averne quasi altrettanti a favore. Il raffronto tra i due voti è però improponibile. Il 4 dicembre hanno votato elettori veri, liberi da incarichi e ricatti di potere, nelle sezioni invece ha votato un folto ceto politico di dirigenti di partito, amministratori locali, sindaci, consiglieri provinciali, comunali e di circoscrizione, portaborse e faccendieri, tutta gente più o meno interessata alla reiterazione del sistema renziano.

Ma non si illudano, il Sud è altro da loro, il M5S è ampiamente la prima forza politica, i movimenti meridionalisti sono in avanzata fase di costruzione e crescita, il Mezzogiorno è in uno stato avanzato antisistema, non certamente contro il sistema democratico, ma contro quello dell’alleanza tra potere finanziario del nord e quello clientelare mafioso del Sud, entrambi minoritari eppure dominanti, in virtù della conquista del maggiore partito dell’ex sinistra che un tempo frenava gli appetiti degli uni e degli altri.

Il Sud vive un momento di riscatto culturale e politico, frutto della consapevolezza dello stato di minorità economico-sociale cui è costretto dallo stato che si fa beffe della costituzione e nega parità di diritti ai cittadini meridionali. Finanziamenti pubblici, per il lavoro, i trasporti, l’istruzione, la salute e quant’altro, tutto è ampiamente meno al Mezzogiorno. Checché ne dicano leghisti e affini. La spesa pubblica dello Stato per il Sud è di appena il 22%, a fronte del 34% della popolazione italiana che vi risiede. Il restante 78% è destinato al 66% di cittadini del Centronord. La sproporzione è vergognosa, persiste da un secolo e mezzo, e spiega l’arretratezza delle regioni meridionali. Vedi i dati pubblicati ieri dal giornalista economico Marco Esposito su Il Mattino di Napoli.

La protesta del Mezzogiorno a tali discriminazioni esplode e si riversa ovunque, dal respingimento di Salvini a Napoli, alla lotta contro la devastazione petrolifera in Basilicata, fino allo scempio del gasdotto in Puglia e ad altre battaglie territoriali. I meridionali non più “sudditi” di clientele politiche ma cittadini consapevoli dei propri diritti, sanno quello che vogliono e non sono più controllabili dai partiti “tradizionali” (affezionati all’italica tradizione della pagnotta, per dire).

Detto ciò, Renzi non avrà vita facile al Sud nei prossimi appuntamenti elettorali, dalle primarie popolari del 30 aprile, alle amministrative di giugno fino alle prossime elezioni politiche. Non si illuda. A proposito di primarie popolari del Pd del 30 aprile, tra gli elettori non iscritti al Pd gira la battuta che una spesa di due euro val bene la soddisfazione di mandare a casa Renzi per sempre. Ne gioverà Emiliano? Vedremo, vero è che il governatore pugliese è molto meno inviso all’elettorato meridionale di quanto lo sia Renzi, visto come il rappresentante del potere finanziario del nord.

Il museo nazionale del paleolitico di Isernia – Un’opportunità unica nel suo genere

Share Button

Nel cuore del Molise, si trova il bellissimo Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia – La Pineta che espone al pubblico gli studi ed i reperti inerenti al il più antico insediamento umano esistente in Europa.

Per l’enorme quantità di reperti rinvenuti o ancora da scoprire, il giacimento preistorico di Isernia rappresenta un sito fondamentale per lo studio della preistoria italiana ed europea, la cui importanza è stata riconosciuta dall’Unesco con l’assegnazione del prestigioso scudo blu, a garanzia di protezione internazionale in caso di conflitti armati e catastrofi naturali. Ciò nonostante il Museo non è stato sufficientemente promosso e valorizzato sul territorio nazionale e meriterebbe di sicuro una maggiore attenzione da parte delle istituzioni centrali oltre che investimenti più cospicui.

Il giacimento fu scoperto in località La Pineta nel maggio del 1979 dal ricercatore Alberto Solinas, durante i lavori di sbancamento per la costruzione della superstrada Napoli-Vasto, e da allora le attività di studio e di ricerca sono state costanti e proficue.

I dati emersi con gli scavi sistematici e con lo studio interdisciplinare hanno consentito di ricostruire il modo di vivere nonché l’ambiente floristico e faunistico in cui viveva l’uomo circa 700.000 anni fa. Nelle ultime campagne di scavo, infatti, è stata rinvenuta una grande quantità di resti ossei animali (bisonti, elefanti, rinoceronti, orsi, ippopotami e cervidi) e di manufatti litici quali schegge, nuclei e debris ricavati da ciottoli in selce o in calcare siliceo. Le affilate schegge prodotte con lastrine di selce lunghe circa una decina di centimetri, presentano in superfice e sui bordi tracce inequivocabili dell’attività venatoria svolta e della successiva macellazione delle carni, tutti segni di un’elevata conoscenza del territorio e
della capacità di utilizzare le carni, le pelli e le ossa degli animali uccisi. La raccolta e lo studio dei dati palinologici, invece, consentono di ricostruire la vegetazione del tempo che doveva essere quella tipica della savana.

Nel 2014 all’interno del giacimento gli archeologi hanno ritrovato il dente da latte di un bambino di 5-7 anni, risalente a circa 600000 anni fa. Si tratta del resto umano pi˘ antico mai trovato in Italia.

Il reperto, per caratteristiche e dimensioni, è stato attribuito all’Homo heidelbergensis, antenato dell’Uomo di Neanderthal che si diffuse successivamente in tutta Europa e si estinse in seguito alla comparsa dell’Homo Sapiens, almeno a partire da 40.000 anni fa. La struttura museale, concepita come un laboratorio permanente, è stata costruita proprio sullo scavo del paleosuolo in modo da consentire al visitatore di assistere direttamente agli scavi effettuati dagli studiosi: i reperti vengono estratti, restaurati, studiati ed esposti in loco, all’interno di uno
spazio polifunzionale.

Il parco archeologico offre un vero e proprio percorso didattico-espositivo attraverso una serie di padiglioni. Il Padiglione degli scavi archeologici copre un’estensione di circa 700 mq, ed oltre a svolgere attività di ricerca scientifica, consente al visitatore la fruizione di quanto è stato raccolto sulle superfici archeologiche del giacimento di Isernia La Pineta. La Sala espositiva ampia circa 65 mq espone, invece, i reperti originali opportunamente restaurati e, sulle pareti, attraverso l’utilizzo di vetrine e pannelli, i temi riguardanti la scoperta del giacimento, le operazioni di scavo e le varie fasi di restauro; il percorso è reso ancor più coinvolgente grazie alla presenza di supporti multimediali digitalizzati che consentono l’interattività tra il Museo ed il pubblico.

Infine il Padiglione didattico (800 mq circa), evidenzia le fasi salienti del percorso evolutivo che l’Uomo ha compiuto nel corso di centinaia di migliaia di anni, dal Paleolitico fino all’Età dei Metalli, con particolare riguardo alla Preistoria molisana. Nel padiglione didattico è anche possibile ammirare la ricostruzione di una capanna paleolitica (foto 4) e la riproduzione del riparo sotto roccia di Morricone del Pesco (Civitanova del Sannio), recante incisioni e pitture rupestri.

Il Museo paleolitico di Isernia per la sua unicità e le notevoli potenzialità, rappresenta uno splendido esempio di quanto sia ricco di storia e di cultura il Mezzogiorno, e di come sia possibile creare occasioni di lavoro preservando la salute e la bellezza dei nostri territori. Infatti il sito dà attualmente lavoro a 25 ricercatori e, grazie all’incremento del flusso turistico registrato negli ultimi mesi, nel 2017 le assunzioni di giovani laureati, magari, potrebbero anche aumentare.

Il gasdotto di San Foca e il credo industrialista

Share Button

di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, leggendo i commenti a un articolo sulla protesta NO TAP di Melendugno su un noto giornale nazionale sedicente di centrosinistra, mi sono sorpreso non poco nel notare che non ci fosse un solo commento in difesa della protesta. Abbondavano invece commenti sui costi della protesta per il contribuente italiano, sui costi delle opere bloccate, sull’irrazionalità dei manifestanti, sulla pretesa ‘contadina’ di difendere un centinaio di ulivi a fronte degli enormi benefici economici del gasdotto.

Il fuoco di fila contro la protesta è proseguito negli ultimi giorni, e oggi 30 marzo, il direttore del magazine Linkiesta, Francesco Cancellato, scrive un articolo che è diretta espressione di un credo industrialista e tecnocratico che speravamo fosse un morto da tempo. L’articolo di Cancellato propone una serie di argomentazioni che vale la pena affrontare e, contestualmente, criticare.

Lo spettro della Russia, innanzi tutto. Il nuovo gasdotto, si dice, apre il Corridoio meridionale, che non dipenderà dalla Russia e da Gazprom. Parlare di Gazprom oggi in Europa evoca la carneficina ucraina, l’autoritarismo espansionista di Putin e l’occupazione della Crimea. Poiché l’Italia dipende per il 51% delle sue importazioni di gas dalla Russia, meglio dipendere da altri paesi. Condivisibile. Ora, da dove arriva la TAP? Comincia in Grecia, certo, ma il gas arriva in Grecia attraverso la TANAP (Trans-Anatolian Pipeline), a sua volta connessa alla SCP (South Caucasian Pipeline). Da dove parte quest’ultima? Dall’Azerbaigian: una repubblica caucasica in odore di dittatura. Nota per le irregolarità delle sue elezioni e per il suo disprezzo dei diritti umani, l’Azerbaigian è presieduto da Ilham Aliyev, figlio del primo presidente, il ‘padre della patria’ Heydar Aliyev: uno che, in vita, ha imposto il suo nome a strade, mercati, aeroporti e palazzi, oltre a farsi erigere statue un po’ ovunque nel paese. Vale la pena acquisire un partner del genere per sfuggire a Gazprom? Discutibile. Certo, non sarebbe una novità da parte del governo italiano: l’Italia sceglie infatti i suoi partner commerciali secondo criteri che con il rispetto della democrazia non hanno nulla a che vedere. Basti pensare che il secondo e il terzo partner per le importazioni di gas sono la Libia (un’ex dittatura militare, oggi di fatto sotto tutela francese) e l’Algeria (una dittatura militare). Da ciascuno di questi paesi arriva il 13% del gas importato in Italia.

Cancellato si sofferma poi sulla eccezionale densità della rete di gasdotti in Italia, le cui origini risalgono all’opera dell’ENI di Enrico Mattei. Questo, mi sembra, è un punto fondamentale. Mattei, la cui figura è stata mitologizzata grazie a un numero infinito di opere scritte e filmate, si è sempre vantato di aver trasgredito, per dare inizio alla sua rete di metanodotti, qualcosa come 8.000 ordinanze italiane, oltre ad aver autorizzato i suoi tecnici a operare clandestinamente di notte per mettere i sindaci di fronte al fatto compiuto. Si era negli anni ’50. Altri tempi. Le decisioni erano prese dall’alto e imposte ai comuni e alle regioni, lasciando carta bianca ai tecnocrati. È ovviamente un modo di procedere che cozza in maniera stridente con il concetto di democrazia partecipativa che si affermato in Europa negli ultimi decenni: le popolazioni locali devono essere consultate. E tanto peggio se la consultazione richiederà tempo: non siamo obbligati a correre. Ma c’è un altro dato interessante: la rete di metanodotti fu creata in primo luogo in Val Padana, per alimentare le industrie lombarde. 60 anni più tardi, chi è che si spende maggiormente per la TAP? L’industria settentrionale, oltre a qualche notabile locale. Ricadute economiche sul Sud? Poche, rispetto al Centro-Nord.

Ma andiamo avanti nell’articolo: i manifestanti, si dice, si accaniscono sull’espianto degli ulivi: ma tale espianto sarà temporaneo, e gli ulivi saranno poi ripiantati dov’erano. Anche volendo fare affidamento alla buona fede della compagnia che costruirebbe la TAP, la questione simbolica rappresentata dagli ulivi è tutt’altro che banale, e si rifà criteri tutt’altro che irrazionali. Uso una metafora. Immaginate che la Puglia sia una persona anziana (perché parliamo di ulivi secolari), che Melendugno sia una sua gamba, e che un bel giorno un investitore si presenti alla Puglia e dica: “Guardi, la sua gamba è sana, però io le propongo di fare un taglio in mezzo, metterci un pezzo di ferro, e richiuderla. Quel pezzo di ferro le permetterà di guadagnare un po’ di soldi, e le prometto che a lei resterà solo una piccola cicatrice”. È forse irrazionale che l’anziana in questione rispedisca l’offerta al mittente? Ma in realtà un tipo di scenario come quello che ho appena menzionato sarebbe già andare oltre quanto è stato fatto con le autorità o la popolazione pugliesi, poiché almeno l’anziana della metafora è stata consultata dall’investitore.

L’articolo poi sostiene che dal 1970 al 2011 non c’è mai stato alcun incidente che ha coinvolto gasdotti con tubi di spessore superiore ai 25 millimetri, e che il tubo della TAP è spesso 26,8. A parte l’errore macroscopico che si tratta di centimetri e non di millimetri, l’affermazione è semplicemente falsa, come potete verificare qui (scremando un po’: basta selezionare gli incidenti occorsi a tubi maggiori di 10 pollici, che equivalgono a circa 25 cm). Ma se anche l’affermazione fosse stata vera, ciò non avrebbe rafforzato in nulla l’argomentazione dell’autore: il fatto che un evento non si sia mai verificato fino a un certo punto non implica niente sul futuro. Per dire: prima di Three Mile Island, negli Stati Uniti non c’erano stati incidenti nucleari gravi. Ma era possibile che una Three Mile Island avvenisse, ed è avvenuta. Prima della Torrey Canyon non c’erano mai stati enormi sversamenti petroliferi nell’oceano: ma un incidente simile era preventivabile, ed è avvenuto.

L’articolo va poi nel giuridico, dimostrando che la TAP ha le carte in regola, perché il ministro dell’Ambiente nel 2014 e il ministro dello Sviluppo economico nel 2015 hanno dato il via libera. Ora, al netto del fatto che si tratti di ministri del governo Renzi, governo che ha avuto modo di dimostrare più volte la qualità del suo interesse per il Sud, restano ministri del governo nazionale: nessuna autorità regionale o locale è stata consultata. Al contrario quando tali autorità hanno fatto la voce grossa, non sono state ascoltate.

Cancellato vira poi su Emiliano che, a suo dire, si starebbe comportando in maniera contraddittoria, avendo sostenuto la necessità di decarbonizzare l’Ilva ma poi bloccando la TAP. Tuttavia, non c’è alcuna contraddizione tra le due azioni, che anzi sono complementari. Cancellato commenta: “Per [decarbonizzare], ovviamente, serve il gas”. Assolutamente no: non si decarbonizza favorendo la produzione di un idrocarburo, per quanto minore emettitore di gas a effetto serra rispetto al carbone. Decarbonizzare, al contrario, significa usare fonti non carbonate, cioè né carbone né petrolio né gas. In una situazione di emergenza ambientale accertata ormai da più di un decennio dall’IPCC, per promuovere l’uso idrocarburi per sostituire altri idrocarburi bisogna avere uno stomaco molto forte. O, appunto, difendere un credo industrialista.

L’autore gioca poi sull’argomentazione economica: sì – dice Cancellato – per un po’ dovrete sopportare qualche noia, ma poi avrete i soldi: un sacco di soldi. E con quei soldi potrete incentivare il turismo. A prescindere dal fatto che lasciar deturpare un territorio per ricavare dei soldi con cui mettere a posto il territorio deturpato sembra un’idea parecchio contorta, è chiaro che se a San Foca si costruisce il terminale, il turismo è finito. Forse non siamo abbastanza ‘smart’ da capire a cosa servirebbe usare le eventuali royalties per il miglioramento “dell’infrastruttura digitale” invocato da Cancellato. Sicuramente non abbiamo la stessa idea di sviluppo economico. Né la stessa idea di Sud, che Cancellato definisce “la tragedia d’Italia”. Alla luce dei fatti, è piuttosto vero il contrario: è l’Italia la tragedia del Sud.

« Articoli precedenti