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Tutte le notizie dal mondo del meridionalismo

Siete abituati ad avere meno? Bene avrete ancora meno.

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Avete presente la storia del contadino che si era accorto che anche mangiando meno il suo asino campava lo stesso?
C’era una volta un contadino molto avaro, che aveva un asino. La bestia gli serviva per portare i frutti del raccolto dalla campagna al mercato, per trasportare i suoi attrezzi in campagna, per arare il terreno, per riportarlo a casa dopo una lunga giornata di lavoro.
Una sera il contadino si mise a fare i conti di quanta avena comprava per il suo asino. E scoprì che, a conti fatti, l’asino mangiava troppo. Pensa e ripensa, gli venne alla mente come ovviare al problema. Pensò quindi di diminuire giornalmente la razione di avena all’asino, senza che questo si lamentasse e, cosa incredibile, l’asino lavorava lo stesso.
Contento di questa sua grande scoperta, se ne vantava con gli amici la domenica in piazza. I suoi amici erano increduli, ma i più pensavano che non dicesse sul serio.
Vedendo che con meno cibo la bestia lavorava ugualmente, il furbo contadino decise che poteva ottimizzare ulteriormente i costi dimezzando ancora la porzione di cibo.
Il contadino era al settimo cielo, il suo esperimento stava funzionando. “Ecco come risanare le casse”, si disse. “Basta ridurre il cibo dell’asino e i conti tornano!”.
Vedendo che la sua tecnica funzionava egregiamente, il contadino pensò che forse, riducendo sempre di più il cibo, avrebbe potuto perfino addestrare il suo asino a vivere senza mangiare.
Detto fatto. Dimezzò ancora una volta la cena del povero asino. “Domani”, si disse orgoglioso il contadino, “non gli darò nulla per cena. Ma sono convinto che ormai si sarà così abituato che non si lamenterà per niente”.
La mattina il contadino si alzò ma, con grande stupore, lo trovò morto. Il contadino si disperò tanto: “Che peccato!”, pensò, “è morto proprio adesso che ero riuscito a farlo stare digiuno! Mi sa che era malato…”. Anche ai suoi amici raccontava di come era quasi riuscito ad abituarlo a non mangiare e di come, proprio per disgrazia, gli fosse morto quando lo aveva finalmente abituato.
Tito Boeri, numero uno dell’istituto previdenziale, si sarà perso il finale di questa storia o, peggio ancora, sarà giunto alla stessa conclusione dell’avaro contadino, dopo una ricerca sui divari Nord-Sud nella produttività del lavoro, firmata con Andrea Ichino, Enrico Moretti e Johanna Posch. I quattro economisti hanno concluso che servono deroghe ai contratti collettivi di lavoro in favore della contrattazione decentralizzata, per consentire alle aziende di pagare di meno i dipendenti al Sud.
Al sud salari più bassi. Dopotutto i meridionali sono già abituati ad avere meno. Meno sanità, meno ferrovie, meno autostrade, meno scuole e con esse meno alunni e meno docenti… di ogni diritto i meridionali hanno meno.
A questo punto, per quel poco lavoro che hanno, perché non pagarli di meno?

Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale
MO Unione Mediterranea

Il Sud è terra di eroi ed io ho avuto il piacere di conoscere uno di questi eroi: Vincenzo Tosti.

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Vincenzo Tosti non ha un mantello né una maschera ed il suo superpotere è l’impegno concreto in prima persona contro gli scempi ambientali, un paladino anti veleni sempre a caccia di roghi tossici e discariche abusive, pronto a denunciare lo smaltimento illegale dei bidoni tossici provenienti da grandi aziende del Nord.
È di questi giorni la notizia che Vincenzo ha deciso di alzare il livello del suo impegno e di farlo proprio a Orta di Atella, il Comune dove vive e lavora, dove, dopo averlo fatto da cittadino e da portavoce della Rete di Cittadinanza e Comunità, si candida a farlo da sindaco mettendo la propria storia e il proprio vissuto sociale a disposizione del progetto dei gruppi politici DemA – Orta di Atella, Diversamente Ortesi e Città Visibile – Orta di Atella, alle elezioni comunali che si terranno il prossimo 10 Giugno.
MO – Unione Mediterranea riconosce in Vincenzo un uomo del Sud che rende onore a questa terra, un orgoglio non solo per il suo territorio ma per tutto il territorio del Mezzogiorno: per questo offre a Vincenzo il massimo sostegno per la sua candidatura.

 

Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale
MO Unione Mediterranea

Comunicato stampa del 15/4/2018

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Mimmo Cerullo, Consigliere della Municipalità 5 (Arenella-Vomero) del Comune di Napoli, si è dimesso dal movimento politico MO-Unione Mediterranea dal quale, di conseguenza, è anche decaduto come membro del Comitato di Coordinamento.

Cerullo era espressione del pensiero e dell’azione politica di MO-Unione Mediterranea che, attraverso lui, ha fatto parte della maggioranza politica che sostiene il Presidente della Municipalità 5 nella sua azione di governo del territorio.

Il ruolo di Consigliere municipale gli era stato affidato dagli elettori in quanto candidato di MO-Unione Mediterranea ma, con le sue dimissioni, Cerullo ha interrotto questo nesso politico. Pertanto il Comitato di coordinamento, rendendo noto che egli non è più espressione del Movimento in seno al Consiglio municipale, lo invita a valutare le proprie dimissioni dal Consiglio stesso come gesto di coerenza etico-politica. MO-Unione Mediterranea esige questa linea di trasparenza per rispetto degli elettori, dei simpatizzanti e dei cittadini tutti.

Il Comitato Coordinamento

MO Unione Mediterranea

Reddito di cittadinanza? Fermenti lattici per un paziente in rianimazione, il Sud.

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Il Sud Italia vive una condizione che se non compresa non può essere curata o, nel migliore dei casi, rischia di essere curata male.

Ma per capire quale cura abbia una possibilità di fare la differenza, è il caso di approfondire quale sia la situazione nell’area di venti milioni di abitanti che oggi chiede disperatamente al governo un farmaco salvavita: (dal corriere.it) gli anni dell’euro al sud hanno coinciso con una catastrofe economica con pochi paragoni nella storia europea.
Dall’inizio del secolo il Meridione è rimasto indietro rapidamente: in termini di reddito lordo, ha perso un terzo sulla media dell’Unione europea, il 30% sulla Germania, il 27% sull’area euro e circa il 40% sulla Spagna; l’arretramento sul centro-nord dell’Italia è stato di oltre dieci punti, persino sulla Grecia di cinque (i dati sono basati su stime della Svimez).

In tutta Europa, solamente in Campania, Calabria e Sicilia metà della popolazione o oltre viene considerata da Eurostat a rischio di povertà e di esclusione sociale. La stessa agenzia europea mostra che, stimando il reddito per abitante in proporzione al costo della vita, il Mezzogiorno ormai viaggia al livello della Lettonia, più indietro della Lituania e dell’Ungheria.
Sempre secondo l’Eurostat, nel 2015 circa quattro abitanti del Sud su dieci non avevano mai usato Internet, valori registrati solo in una singola regione greca e in parti della Romania.

Dall’inizio del secolo quest’area ha visto emigrare un decimo dei suoi abitanti, non per niente dati Svimez indicano un rischio concreto di desertificazione umana. Provate voi a vendere una casa in un’area a rischio desertificazione umana.
A tutto questo quale ricetta viene offerta dal partito che per il suo successo deve ringraziare, forse come nessuno mai, il Mezzogiorno? Il reddito di cittadinanza.
Servirà? Sì, come servono i fermenti lattici quando si prende un antibiotico.
Ma ancora non è chiaro chi scriverà la ricetta per l’antibiotico giusto, non è una critica ai fermenti lattici, quelli servono sempre e comunque, ma non appaiono risolutivi rispetto al fattore eziologico di una condizione che appare drammatica.

Se poi la ricetta si pensa di scriverla in collaborazione con la lega, già occupata a curare il paziente nord dal suo problema di obesità dato dall’incurabile vizio dell’ingordigia, la diagnosi sul sud, seppur chiara grazie alla mole di dati Eurostat, CGIA, Istat, appare di difficile risoluzione e con il rischio che ai buoni fermenti lattici vengano aggiunte fastidiose supposte.

Massimo Mastruzzo.

Italia, due pesi e due misure? Sì, perché l’Italia è Sud, l’Italia è Nord

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L’elezione del 4 marzo ha dato vita ad un nuovo parlamento con deputati e senatori di M5S e Centrodestra che si dividono la rappresentanza territoriale  dello stivale: sud al M5S e centronord alla coalizione di Salvini&co, con il terzo incomodo del Pd  in rappresentanza di Toscana ed Emilia Romagna.
Si dirà che il governo che si formerà (si formerà?) sarà un governo nazionale e parlare di rappresentanza territoriale lascia il tempo che trova, ma se ci fermiamo ad analizzare la forte disomogeneità nazionale non possiamo fare a meno di notare come le proposte elettorali, diametralmente opposte, siano frutto di un’offerta diretta alla domanda di un determinato bacino elettorale.
Domanda e offerta che si sono concretizzate per il centrodestra nel  progetto politico che suggerisce una flat tax, per ridurre la pressione fiscale nel centronord, la parte ricca del paese; per il M5S, che ha allargato il suo peso politico nel Mezzogiorno per l’insoddisfazione degli elettori verso il governo uscente, in un welfare (improbabile?), che sostenga le persone prive di reddito;
Paradossalmente al parlamento che formerà il prossimo governo non passa proprio per la capa che, fatta l’Italia, gli italiani sono ancora lì ad aspettare di capire cosa farsene di questa Italia. Così ad un sud con poca occupazione, minori redditi, minori infrastrutture e scadenti servizi pubblici, l’idea di offrirgli un progetto di riequilibrio della condizione sociale, come peraltro previsto dall’art. 3 della Costituzione, sembra non essere politicamente spendibile. Dopotutto il ricco chiede le quotazioni in borsa, il povero la carità. Coerentemente l’offerta politica si conforma alla domanda dell’elettorato.
L’equilibrio economico tra Nord e Sud,  consentirebbe all’Italia di tornare sulla scena Europea con un vestito che a giacca e cravatta impeccabili non abbini un calzone corto e pure stropicciato, ma questo comporterebbe fin da subito:
per ogni metro di ferrovia al nord, tre/quattro al sud (non ho fatto il calcolo esatto, ma più o meno…), e cosi per ogni altra infrastruttura pubblica, pareggio dell’occupazione, o della disoccupazione fate voi,  grandi imprese industriali che invece di essere addensate tutte nel Nord vengano distribuite su tutto il territorio, fino  ad arrivare ad una ricchezza equamente suddivisa su tutto il territorio. Ma a quanto pare questa ipotesi non rientra nei piani dei governi nazionali che preferiscono “accontentare” le diverse latitudini con il più rassicurante mantenimento dello status quo
Ci vorrebbe un  Martin Luther King de’ noantri  che indignato dalla  negazione ai cittadini del sud  ad avere “pari dignità sociale”, si adoperi affinché vengano rimossi “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
O, meno fantasiosamente, una forza politica meridionalista che, spogliata dal timore di essere vista come una realtà che fa retorica, senza nessun sentimento revanscista, ma semplicemente con sentimenti di giustizia verso la propria terra, reclami pari dignità e pari opportunità come uniche condizioni per far rima con Unità.

Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea

Liberi di migrare per farsi curare e mantenere alta l’efficienza e i bilanci delle strutture del nord.

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Prendo il caffè, e come tutte le mattine, guardo la rassegna stampa e, facendo zapping tra Tgcom 24, rai news24 e sky Tg24, mi cade l’occhio su un articolo de il Giornale a firma Stefano Zurlo:
Stretta sui rimborsi alle Regioni virtuose contro il «turismo sanitario»: ci rimettono i pazienti.
Spengo la TV, finisco il caffè e mentre mi reco a lavoro mi riprometto di leggere l’articolo.
Lo faccio e dopo l’illusione delle prime righe : “Un testo che, se approvato, assesterebbe un colpo gravissimo al diritto alla salute di migliaia di italiani e toglierebbe a uomini e donne del Centrosud ” dove sembra che si avanzi una critica ad un testo che vuole limitare la mobilità sanitaria da una regione all’altra e così facendo togliere a migliaia di pazienti il diritto a curarsi nei più importanti ospedali del Nord, mi accorgo che in realtà la vera preoccupazione che si nasconde tra le righe dell’articolo è legata al flusso di denaro, circa 4,6 miliardi di euro che coinvolge quasi 800mila italiani… del Sud che migrano in treno o in aereo da Napoli o da Reggio Calabria per farsi operare nei poli d’eccellenza della Lombardia e dell’Emilia Romagna che se bloccato penalizzerebbe le cliniche all’avanguardia dell’asse Milano-Bologna.
Trascinando nel baratro anche l’indotto sorto a ridosso delle cittadelle della salute: alberghi, negozi, appartamenti.
La Lombardia, in testa al ranking dei virtuosi, importa 161.000 pazienti l’anno e vanta un credito di 808,6 milioni di euro; all’opposto la Calabria è in rosso per 319 milioni. A seguire, in questa black list, la Campania che deve saldare prestazioni, tecnicamente Drg, per 302 milioni fuori dai propri confini. La stretta ai rubinetti del turismo sanitario porterebbe al ridimensionamento o addirittura, in prospettiva, al crollo di questo fenomeno: un sistema efficiente sempre più ragionevolmente efficiente grazie ai contributi che arrivano dalle regioni più deboli.
Certo non mancano nell’articolo cenni al fatto che le regioni più arretrate dovrebbero alzare l’asticella della qualità (come ? Visto che al momento è un cane che si morde la coda)  ma nulla viene detto sul diritto dei pazienti del Sud di avere un servizio pubblico qualitativamente equo lungo tutta la penisola, mentre non si manca di sottolineare la necessità di dover garantire a questi poveri pazienti del sud la “libertà” di poter migrare per farsi curare e naturalmente di mantenere alta l’efficienza e i bilanci delle strutture del nord.
Massimo Mastruzzo Portavoce MO Unione Mediterranea.

Salvini è incredulo, io no. Un popolo abbandonato dallo Stato è alla mercé degli imbonitori.

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di Massimo Mastruzzo

Portavoce Nazionale di UM

Matteo Salvini è incredulo dei 53.000 voti ottenuti dalla Lega in Calabria, 7.000 nella Piana di Gioia Tauro. L’8,4% a Lamezia Terme, 11,2% a Tortona, l’11,7% a Nocera Terinese. Il 13% a Rosarno, il paese con la baraccopoli di immigrati che vengono “usati” per raccogliere le arance a 20/25 euro al giorno.
Chi poteva immaginare che sarei tornato a Rosarno come senatore della Lega?” Salvini è incredulo, è bastato convincere i calabresi (quelli che lo hanno votato) che i problemi della Calabria fossero gli immigrati e promettere che lui li avrebbe mandati via per racimolare 53 mila creduloni.
Eppure a Rosarno e dintorni non esiste quasi nessun agricoltore, azienda o privato che non faccia ricorso a questa riserva di mano d’opera a basso costo, che si tratti della raccolta degli agrumi o delle olive non fa differenza: l’importante è non farsi beccare con uno di questi clandestini in macchina o su un altro qualsiasi mezzo privato, si rischierebbe una denuncia per favoreggiamento di immigrazione clandestina. Questa situazione permane nonostante il clamore della “rivolta degli immigrati” del gennaio 2010, che la portò all’attenzione delle cronache nazionali. La rivolta urbana vide contrapposti per due giorni forze dell’ordine, cittadini e immigrati, con 53 persone ferite: 18 poliziotti, 14 rosarnesi e 21 immigrati, otto dei quali ricoverati in ospedale. Nonostante le istituzioni avessero detto «mai più Rosarno», oggi Rosarno è come ieri. Forse peggio.
Otto anni dopo la rivolta, a Rosarno non è cambiato nulla: un pollaio di esseri umani, immigrati che vivono come bestie nelle baraccopoli, una bidonville che grida scandalo. Non c’è acqua corrente, non c’è elettricità, non ci sono bagni. I bisogni si fanno all’aperto. Se piove diventa l’inferno. Sono tra i 1.500 e i 3.000 questi abitanti “domiciliati” a pochi chilometri dal luogo di nascita del Ministro Minniti, probabilmente ignaro (?) che qui i braccianti low cost vivono in attesa dei caporali. “Ssht…” non ditelo a nessuno, ma qui ci sono ancora, nonostante le leggi. Qui la giustizia non arriva, lo Stato è un optional ed è tra quell’apostrofo rosa tra Stato e optional che si è infilato Salvini con in mano la soluzione delle soluzioni: mandare via tutti gli immigrati, liberare gli agrumeti di Rosarno da questi parassiti a basso costo e voilà con questa operazione rilanciare l’economia locale, risolvere il problema della disoccupazione, delle infrastrutture extra portuali mancanti al vicino porto di Gioia Tauro, magari facendo dirottare gli investimenti attualmente previsti per quelli di Genova e Trieste.
Ma non di solo agrumeti vive la Calabria (chi li raccoglierà ancora non si sa, ma questa è un’altra storia) e l’attento Salvini ha promesso anche di difendere l’olio calabrese. Da chi? Dal collega della Lega Luca Zaia? Che quando era Ministro dell’agricoltura scelse i marchi italiani da tutelare nel trattato commerciale tra Unione europea e Canada. Lo fece indicando quattro marchi dop per l’olio d’oliva inseriti dall’Italia nel Ceta: tutti veneti, tre indicati direttamente da Zaia e il quarto (il dop Garda) aggiunto successivamente.
Popolo calabrese il vostro nuovo senatore vi ridarà il lustro perduto della nobile Magna Grecia… Campa cavallu ca l’erba crisci.

 

 

Mai così poveri negli ultimi 27 anni, rischio di emarginazione in un Paese in cui crescono le disuguaglianze.

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di Massimo Mastruzzo

Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea

Questo è l’identikit dei nuovi poveri: giovani e principalmente residenti al Sud.
Lo scenario emerge dall’indagine di Bankitalia sui bilanci 2016 di oltre 7mila famiglie italiane.
Secondo l’indagine, nel 2016 è aumentata la quota di individui a rischio di povertà, ma l’incidenza di questa condizione, interessa per lo più le famiglie e i giovani del Mezzogiorno, dove il 13,3 per cento degli individui vive in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro rispetto al 6,1 nel Nord e 6,9 nel Centro.
Il peggioramento della situazione emersa dall’indagine di Bankitalia amplia ancora di più, sembrava impossibile, la disomogeneità nazionale già di per se unica all’interno della UE.

Secondo l’Istat, i dati sullʼoccupazione migliorano ma solo al Nord: al Sud il tasso è quasi il triplo.

La media del 2017 dice che al Mezzogiorno il tasso di disoccupazione è il 19,4% mentre al Settentrione ci si ferma al 6,9%.

La situazione nel Sud Italia è drammatica – Nella media del 2017 il tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma “i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”.

Ufficio Studi CGIA 24 giugno 2017

AUMENTA IL DIVARIO ECONOMICO E SOCIALE TRA IL NORD E IL SUD. NEL MEZZOGIORNO QUASI 1 PERSONA SU 2 E’ A RISCHIO POVERTA’.

In questi ultimi anni di crisi, il divario economico e sociale tra il Nord e il Sud del Paese è aumentato. A questo risultato è giunto l’Ufficio studi della CGIA che ha messo a confronto i risultati registrati da 4 indicatori:

 

Il Pil pro capite;

il tasso di occupazione;

il tasso di disoccupazione;

il rischio povertà o esclusione sociale.

 

In termini di Pil pro-capite, ad esempio, se nel 2007 (anno pre-crisi) il gap tra Nord e Sud del Paese era di 14.255 euro (nel Settentrione il valore medio era di 32.680 e nel Mezzogiorno di 18.426 euro), nel 2015 (ultimo anno in cui il dato è disponibile a livello regionale) il differenziale è salito a 14.905 euro (32.889 euro al Nord e 17.984 al Sud, pari ad una variazione assoluta tra il 2015 e il 2007 di +650 euro)

Al Sud le variazioni percentuali più negative si sono registrate in Sardegna (-2,3 per cento), in Sicilia (-4,4 per cento), in Campania (-5,6 per cento) e in Molise (-11,2 per cento). Buona, invece, la performance della Basilicata (+0,6 per cento) e della Puglia (+0,9 per cento).

Sul fronte del mercato del lavoro, invece, le cose non sono andate meglio. Anzi… se nel 2007 il divario relativo al tasso di occupazione era di 20,1 punti a vantaggio del Nord, nel 2016 la forbice si è allargata, registrando un differenziale di 22,5 punti percentuali (variazione +2,4 per cento). Nella graduatoria regionale spicca la distanza tra la prima e l’ultima della classe. Se l’anno scorso la percentuale di occupati nella Provincia autonoma di Bolzano era pari al 72,7 per cento, in Calabria si attestava al 39,6 per cento (gap di oltre 33 punti).

La divaricazione più importante, tuttavia, emerge dalla lettura dei dati relativi al tasso di disoccupazione. Se nel 2007 era di 7,5 punti percentuali, nel 2016 è arrivata a 12 (gap pari a +4,5 per cento). Sebbene tutte le regioni d’Italia abbiano visto aumentare in questi ultimi 9 anni la percentuale dei senza lavoro, spiccano però i dati della Campania e della Sicilia (entrambe con un +9,2 per cento) e, in particolar modo, della Calabria (+12 per cento).

Anche in materia di esclusione sociale, infine, la situazione è peggiorata. Se nel 2007 la percentuale di popolazione a rischio povertà nel Sud era al 42,7 per cento, nel 2015 (ultimo anno in cui il dato è disponibile a livello regionale) è salita al 46,4 per cento. In pratica quasi un meridionale su due si trova in gravi difficoltà economiche. Al Nord, invece, la soglia di povertà è passata dal 16 al 17,4 per cento. Il gap, pertanto, tra le due ripartizioni geografiche è aumentato in questi 8 anni di 2,2 punti percentuali.

Il Mezzogiorno – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – ha delle potenzialità straordinarie ed è in grado di contribuire al rilancio dell’intera economia del Paese. Pensiamo solo al patrimonio culturale, alle bellezze paesaggistiche-naturali che contribuiscono a renderla una delle aree potenzialmente a più alta vocazione turistica d’Europa. Certo, bisogna tornare a investire per ammodernare questa parte del Paese che, purtroppo, presenta ancora oggi delle forti sacche di disagio sociale e di degrado ambientale che alimentano il potere e la presenza delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. A nostro avviso, inoltre, bisogna riprendere in mano il tema del federalismo fiscale. Grazie al compimento di questa riforma potremmo avvicinare i centri di spesa ai cittadini, responsabilizzando maggiormente la classe dirigente locale che avrebbe sicuramente meno trasferimenti dallo Stato centrale ma, in cambio, beneficerebbe di una maggiore autonomia fiscale, elevando così l’efficienza della macchina pubblica. Il saldo per il Sud sarebbe comunque positivo: grazie anche alla solidarietà praticata dalle regioni più ricche, potrebbe beneficiare di maggiori risorse finanziarie di quante ne usufruisce adesso, innescando un meccanismo virtuoso che avrebbe delle ripercussioni positive anche nel resto del Paese”.

Il 4 marzo l’Italia si è recata alle urne con questa forte condizione di iniquità ed il risultato elettorale appare scontato quanto si riesce a capire che con questi presupposti la scelta degli elettori del sud non poteva che andare nell’unica direzione possibile: tutto quello che rappresentava una novità rispetto al già visto e, per ciò stesso ritenuto a ragione  responsabile rispetto ai dati sopra indicati.

Riuscirà il nuovo governo nazionale che si insedierà (Prima o poi dovranno trovare una soluzione) ad incidere dove altri hanno fallito? Perché di tentativi per una soluzione nazionale, con partiti nazionali, di questa maledetta (sarà mica una maledizione?) Questione Meridionale ne abbiamo visti tanti illudendoci che ogni volta fosse finalmente arrivata quella giusta.
Da Aldo Moro, che provò a tradurre il proprio meridionalismo in azione politica, ad Antonio Bassolino che nel marzo del 2000 firma il Patto di Eboli insieme ad altri rappresentanti politici delle sei regione del Mezzogiorno, a Gaetano Quagliariello che parla di Macroregione, solo per fare alcuni esempi. In tanti hanno provato ad affrontare la nostra Questione dall’interno di un partito nazionale, ma i dati dimostrano implacabilmente che questa vecchia Questione non può essere affrontata da partiti nazionali non fosse altro perché essa diviene Meridionale nel momento stesso in cui ad occuparsene furono proprio i partiti nazionali.

Massimo Mastruzzo

Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea

 

La partita elettorale è ancora aperta ma già sappiamo chi, in ogni caso, perderà

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Il voto della massa, soprattutto meridionale, verso la novità rappresentata dal M5S era scontato; questa massa ( non i pochi che si studiano i programmi elettorali e hanno le capacità di valutarne la fattibilità) non si sarebbe mai rivolta a chi riteneva che in questi anni l’avesse tradita, dal Pd (compreso il surrogato LeU) a Berlusconi (cacchio ancora Berlusconi) che probabilmente ha favorito proprio per la sua eterna presenza che i moderati del centrodestra cedessero il passo ad un Salvini rinvigorito dall’emergenza migranti.
Questa congiuntura negativa dei moderati del centrodestra e del centrosinistra sommata alla novità del M5S ( sempre in crescita dalle precedenti tornate elettorali) e alla politica della paura della Lega non poteva che portare a questo risultato.
Che questo diventi spendibile anche per la nostra Questione Meridionale non può essere che una scommessa, una partita a poker con tanto di jolly e bluff e i pochi che si studiano i programmi elettorali e hanno le capacità di valutarne la fattibilità suppongo ne siano consci rispetto alla massa che non poteva che usare la pancia in questa scelta senza badare troppo a chi in questa mano di poker elettorale era seduto al tavolo verde, tanto i perdenti nelle partite (elettorali) precedenti erano stati comunque e sempre gli stessi: i meridionali.
MO Unione Mediterranea non vuole partecipare a questa partita dove il sud rischia di perdere per l’ennesima volta.

Il sud non ha mai avuto nulla di quanto promesso, punto. Il 4 marzo cambierà qualcosa?

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea 

Ci furono i liberali meridionali che credendo nei loro ideali e convinti della buona fede delle loro lotte, si batterono per l’Italia unita.
La Questione Meridionale nata al dì dell’avvenuta Unità si palesò come un grande tradimento.
Probabilmente però il vero problema della Questione Meridionale non fu tanto il primo tradimento subito dai liberali meridionali, quanto il perseverare delle successive generazioni nel credere in un modello di Unità rivelatosi fin da subito troppo sbilanciato a nord.
Ancora oggi, come in un continuo ripetersi degli eventi, nuovi liberali, che non si battono più per l’unità nazionale bensì per la successiva mancata equità, si lasciano (ri)illudere dalle promesse, di chi li ha già traditi e ha continuato a farlo, di un cambiamento mai arrivato.
Promesse che si protraggono di governo in governo e che nella loro puntuale smentita hanno portato progressivamente il sud Italia ad avere le Regioni più povere di tutta la UE.
In quale recondito angolo di fede politica si possa ancora trovare un barlume di fiducia in queste ulteriori promesse rimane un mistero e chi oggi lo sottolinea viene con supponenza additato di revanscismo.

Il sud non ha mai avuto nulla di quanto promesso, punto.
Vogliamo scommettere che dopo il 4 marzo, ad esempio,  il porto di Gioia Tauro continuerà a non avere le infrastrutture di terra che ne permetterebbero un normale sviluppo? Che Matera continuerà ad essere un capoluogo di provincia senza autostrada e senza ferrovia? Che i docenti meridionali, “cortesemente” invitati a svolgere anni e anni di precariato al nord, continueranno a fare su e giù per la penisola a bordo di pullman? Che il Mezzogiorno rimarrà incollato a quel fondo di ingiustizia sociale che lo pone agli ultimi posti in Europa?

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