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Sportello antidiffamazione a Napoli: un esempio da estendere e approfondire

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di Ciro Esposito

Il Comune di Napoli ha istituito lo sportello “Difendi la città”, con il compito di raccogliere le segnalazioni dei cittadini relative alle offese diffamatorie contro Napoli. Non si tratta di perseguire le critiche all’amministrazione, come pure sta scrivendo qualche penna importante (e intinta nel veleno) della stampa nazionale. In realtà la differenza tra critica e diffamazione è evidente, non serve rimestare nel torbido. Non ci sarà nessun automatismo: il cittadino segnala, l’Avvocatura valuta se procedere o meno. Certamente, uscite come quella del Sindaco di Cantù (“Napoli fogna infernale”) o quella precedente di Roberto Calderoli (“Napoli fogna da bonificare”) sarebbero prese in considerazione.

Negli ultimi anni si è prodotto un circolo vizioso: giornalisti in cerca di notorietà, politici in affanno o starlette televisive in ombra, la sparano grossa su Napoli, sollevano un polverone, finiscono sui giornali, vengono ospitati in tv e dividono il web… raggiungendo così il proprio obiettivo. Non rispondere significa far passare il loro messaggio, rispondere vuol dire fare il loro gioco. Ora, sapendo di rischiare più facilmente una querela e di essere colpiti nel portafogli, saranno più attenti.

Lo “sportello antidiffamazione” si inserisce nel progetto “Napoli Autonoma”, la cui delega è stata affidata a Flavia Sorrentino, la capolista di “MO! Unione Mediterranea” alla passate elezioni comunali, che prosegue così il suo impegno meridionalista. Lo stesso Sindaco De Magistris sottolinea il legame tra lo sportello e il rilancio della città: in una società fondata sulla comunicazione, la reputazione ha ancora di più un valore economico. In questo caso l’immagine non ha nulla di effimero o di estemporaneo.

L’iniziativa del Comune di Napoli potrebbe essere estesa e approfondita. Infatti, pur senza tirare in ballo le tifoserie degli stadi,  i casi di insulti, offese e vere proprie discriminazioni ai danni dei meridionali (e non solo dei napoletani) sono frequenti e non sembra che siano in diminuzione. All’estero abbiamo degli esempi – non dico dei modelli – che sarebbe utile studiare.  Una su tutte, l’attività dell’Anti-defamation League, fondata nel 1913,  che ha avuto un’importanza storica nel contenere la diffusione dell’antisemitismo negli Stati Uniti.

Davanti a me ho l’immagine di quell’insegnante mortificata cui il Dirigente Scolastico di un istituto del Settentrione strappò in faccia la richiesta di usufruire della Legge 104: “Tanto a Napoli sono tutte false!”. Il sindacato fece rientrare quella prepotenza, ma se il Dirigente avesse saputo di un’associazione antidiscriminazione a tutela dei meridionali, probabilmente non si sarebbe permesso quell’abuso.

Una Pontida migrante ed antirazzista, alla quale MO! – Unione Mediterranea aderisce con gioia

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di Raffaele Vescera

Il 22, nella cabala napoletana, è il numero dei pazzi e i napoletani hanno avuto la pazza idea di andare a Pontida, il 22 aprile. A far che? Per contestare il giorno della manifestazione commemorativa dei leghisti di un’inesistente Padania e un improbabile Alberto da Giussano e per festeggiare “l’orgoglio terrone e antirazzista”. No, non c’entra con i film di Checco Zalone e la pipì nell’ampolla dell’acqua del Po, la storia è vera, neomeridionalisti e centri sociali, non solo napoletani ma in partenza dall’Italia intera, stanchi di decenni di insulti e di vessazioni anti Sud da parte della Lega Nord, si organizzano per invadere pacificamente e festosamente la cittadina di Pontida con mandolini e tamburelli, allo scopo di mostrare ai “travestiti barbari cornuti” un modo meno cupo di stare insieme.

Salvini grida alla provocazione contro il sabato del villaggio e il sindaco leghista di Pontida, spaventato dall’arrivo dei terùn, ordina con un editto il coprifuoco totale del paese con chiusura del traffico, di tutti gli esercizi pubblici e commerciali, cimitero e farmacie comprese. Al che, i meridionalisti hanno risposto che la provocazione l’hanno subìta loro, con la forzata visita di Salvini a Napoli, e che a Pontida andranno già muniti del necessario, pizze, birre e aspirine in caso di mal di testa nel sentire le fregnacce razziste solitamente divulgate nelle nebbiose vallate subalpine, in quanto al cimitero sperano di non averne bisogno e per i certificati comunali, impossibili da chiedere agli uffici chiusi, sarà affare dei paesani.

Perché arrivare a tanto, vi chiederete? Provate voi a subire per un quarto di secolo ingiurie e insulti di ogni sorta, che vanno dal “terroni scansafatiche” al “tutti furbi e mafiosi”, dopo aver buttato il sangue da emigrati, in dieci milioni, nelle industrie del Nord per arricchirlo. Al Sud è ormai opinione diffusa che la Lega Nord sia stata inventata a fine anni ’80 dagli industriali settentrionali per fermare lo sviluppo del Mezzogiorno, che in quegli anni, crescendo più del Nord, grazie alla vituperata eppure efficace Cassa del Mezzogiorno, aveva fermato l’emigrazione della propria manodopera, facendola mancare alle fabbriche padane.

Quella Cassa del Mezzogiorno, accusata di ogni misfatto e ruberia, che assorbiva appena lo 0,5% del Pil nazionale, ridusse il divario economico Nord-Sud dal 53% del dopoguerra al 67% di fine anni ’80. Così continuando ancora per vent’anni, l’avrebbe azzerato, unendo per davvero l’Italia e gli italiani. Invece, a vent’anni dalla chiusura della Cassa, il divario del Sud rispetto al Nord è ritornato prossimo alla fatidica soglia del 50% del dopoguerra. Le nazioni industriali hanno bisogno di colonie, d’oltremare o interne che siano, per approfittare delle sacche di disoccupati da usare quale manodopera a basso prezzo. Più di tutto spaventava la crescita industriale del Mezzogiorno in grado di fare concorrenza a quella del Nord, mettendola in crisi.

I leghisti lamentavano l’ingiustizia dei fondi addizionali per il Sud, appena mezzo punto del Pil, dimenticando che gli investimenti ordinari dello stato per il Sud erano di dieci punti inferiori al dovuto in rapporto agli abitanti, mediamente inferiori del 40% a quelli fatti per il Nord. Quel 40% di differenza che segna la ricchezza pro capite tra un italiano e un “diversamente italiano” abitante al Sud. Dicevano che i politici meridionali rubavano soldi alla Cassa del Mezzogiorno, vero, ma che forse le ruberie ben più grandi dei politici settentrionali, lombardi in testa, hanno fermato gli investimenti statali al Nord?

Le tensioni sociali nascono dalle ingiustizie, non è necessario ricordarlo, e se al danno economico subìto dal Mezzogiorno si aggiungono gli insulti ai suoi abitanti, definiti “topi di fogna da sterminare con il fuoco del Vesuvio”, si capisce la reazione in atto al Sud. A Pontida non ci andranno solo i centri sociali napoletani, ci saranno anche i movimenti meridionalisti organizzati, quali “Unione Mediterranea”, ben lontani dalla jacquerie e dalle violenze di piazza. Ci andranno per festeggiare “l’orgoglio terrone” con canti e balli, ma molti sospettano anche che faranno tremare Pontida con una sonora pernacchia corale all’indirizzo della controparte, che riunisce leghisti e neofascisti in un antistorico ritorno al razzismo.

Tuttavia, tutto ciò non garantisce lo svolgimento pacifico della giornata, considerando la possibile presenza di provocatori organizzati, solitamente usati nelle manifestazioni di piazza per giustificare il ricorso al manganello e per squalificare i manifestanti pacifici. Cossiga dixit. Si spera che il buonsenso dei partecipanti sappia riconoscere e allontanare tali inquietanti presenze.

La proroga bilancio alle città metropolitane – Storie di ordinario colonialismo interno

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da un articolo di Desire Rosaria Nacarlo

Il 9 aprile scorso Luigi De Magistris, ha affidato ad un post facebook uno sfogo indirizzato al Governo Gentiloni. La questione affrontata dal sindaco di Napoli è EMBLEMATICA DELL’ATTEGGIAMENTO COLONIALE ad oggi ancora presente nel DNA nord-centrico del governo Italiano.

Il busillis della questione è un decreto legge ad hoc varato dall’attuale governo, e teso a prorogare il limite del 30 giugno per l’approvazione dei bilanci delle città metropolitane. Milano, Torino e Roma sono in estrema difficoltà e rischiano di bucare la data. Il sindaco di Milano, allora, ha chiesto ed ottenuto l’intervento del Governo.

Nulla di male fin qui. Certo, se la cosa fosse partita da Napoli avremmo assistito alla solita processione dei sicofanti che, popolata dai vari Facci, Giletti, Bizzozzero (per citarne un paio) e con in testa Matteo Salvini, avrebbe fatto scempio delle proprie vesti al grido di “Sud assistenzialista”. Fortunatamente la richiesta è targata “capitale morale” quindi la manfrina ci viene risparmiata.

Capita, invece, che a Napoli il bilancio sia già in ordine ed approvato al 31 gennaio, e che il buon lavoro delle amministrazioni attuali abbia fatto “sparagnare” all’area metropolitana 500 milioni. Non ditelo ai Leghisti, ma quei soldi ci sono e potrebbero essere impiegati per la più grande opera di messa in sicurezza dal 1980 in qua. Già, potrebbero. Perché usiamo il condizionale? Semplice! Perché lo stato blocca quei fondi in base ai vincoli di bilancio, e lo fa anche potendolo evitare. Basterebbe una norma per svincolarli.

Invece ci si trova, da un lato, a derogare, prorogare, concedere alle amministrazioni PD e 5stelle del centronord, e dall’altro a tenere Napoli (ed osiamo dire “tutto il sud”) con la testa sott’acqua. Basti pensare al fatto che il comune di Napoli, in regime di riequilibrio, sta facendo i salti mortali per far quadrare i conti, anche a fronte dei continui tagli ai comuni e – ad esempio – ad un blocco per 80 milioni derivante da un pignoramento datato al 1980! Sbloccare quei 500 milioni a livello “metropolitano” potrebbe essere equivalente alla boccata d’ossigeno che giustamente il governo vuole concedere a Milano, Torino e Roma.

Niente illusioni. Nessuna azione in tal senso è prevista. In puro stile colonialista sabaudo (e dire che siamo nel 2017!) Pantalone il lamentoso viene foraggiato (ma non smette di lamentarsi). Pulcinella invece è preso a calcioni nel sedere, e deve pure sentirsi dare del mariuolo inefficiente anche in presenza di fatti che provano il contrario.

Eppure “[…] noi non vogliamo le leggi speciali come vi chiedono quelli che le hanno già avute. Noi non vogliamo privilegi. Noi che amministriamo senza soldi, ma in autonomia e con tanta onestà, vi chiediamo il giusto – per non andare in agonia per colpa di uno Stato ingiusto e iniquo -, quello che ci spetta da tempo e voi lo sapete.”

“Da noi la pazienza per le ingiustizie è terminata.”

Il Ponte alla Luna a Sasso di Castalda – Una passeggiata fra le nuvole ed i nostri simboli

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di Rosaria Cunti

A Sasso di Castalda, piccolo comune della Basilicata in provincia di Potenza, il 6 aprile 2017 è stato inaugurato il “Ponte alla Luna”. Sospeso a 120 metri d’altezza, il “tibetano” si fa strada nel cuore del Parco dell’Appennino Lucano e ci ricorda quanto la storia del Mezzogiorno abbia inciso sui destini delle popolazioni del sud e sullo sviluppo delle terre da loro abitate. Il paese, che originariamente si chiamava Terra del Sasso, dopo l’Unità d’Italia assunse il nome di Sasso di Castalda, ma insieme al nome cambiò anche la vecchia classe dirigente e le ripercussioni in termini economici e sociali non tardarono a farsi sentire, traducendosi in povertà ed emigrazione.

Anche se il ponte sembra voler condurre il coraggioso visitatore fin sopra la luna, in realtà la scelta del nome rappresenta un omaggio che il Comune ha deciso di fare all’ingegnere della NASA Rocco Petrone, direttore di lancio nel programma Apollo, che il 20 luglio del 1969 condusse Neil Armstrong per primo sulla Luna. Americano dello stato di Washington, Rocco Petrone era figlio di Antonio e Teresa Petrone, emigrati nel 1921 dal piccolo centro della Basilicata in cerca di fortuna, quindi un talento tutto made in sud.

In realtà, i ponti tibetani a Sasso di Castalda sono due, ed il loro percorso si sviluppa sulle sponde del “Fosso Arenazzo”. Percorrendo le stradine che si diramano tra le caratteristiche abitazioni in pietra di cui è ricco il centro storico, si raggiunge il “Ponte Inferiore Fosso Arenazzo” che è lungo 95 metri, si spinge ad un’altezza massima di 70 metri ed è formato da 180 gradini d’appoggio.

Finito il primo ponte si prosegue su un caratteristico sentiero immerso nella natura e dopo 15 minuti di cammino si arriva all’imponente “Ponte alla luna” che vanta una campata unica di 300 metri, sospesa nel vuoto a 120 metri di altezza, con ben 600 gradini d’appoggio e un tempo di percorrenza di almeno 30 minuti; l’impegno che l’impresa richiede sarà ampiamente ripagato da uno spettacolare sky-walk in vetro e un belvedere attrezzato che consentono di ammirare lo splendido panorama delle montagne circostanti.

L’intera area di Sasso di Castalda, che si trova a circa 900 metri di altezza, è diventata nel tempo un importante punto di riferimento per gli amanti delle emozioni e delle bellezze naturalistiche, grazie anche alla presenza di 2 vie ferrate, la Via Ferrata Arenazzo e la Via Ferrata Belvedere, i 2 ponti tibetani sportivi e due sentieri naturalistici: il sentiero della Legalità, dedicato al medico sassese Mimmo Beneventano (originario di Sasso) caduto vittima della camorra negli anni ‘80 e il sentiero Frassati, così chiamato in onore del beato Pier Giorgio Frassati che dedicò la sua vita ai bisognosi, ai malati e agli infelici.

In prossimità del centro storico di Sasso di Castalda, è possibile esplorare l’area faunistica del Cervo (Cervus elaphus) che consente agli animali di vivere in condizioni di semilibertà similari a quelle naturali e la faggeta La Costara dove si erge il maestoso faggio di San Michele simbolo del paese, la cui età va dai 300 ai 400 anni, e che nella tradizione Sassese è il primo albero a fiorire preannunciando l’arrivo della primavera.

Il gasdotto di San Foca e il credo industrialista

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di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, leggendo i commenti a un articolo sulla protesta NO TAP di Melendugno su un noto giornale nazionale sedicente di centrosinistra, mi sono sorpreso non poco nel notare che non ci fosse un solo commento in difesa della protesta. Abbondavano invece commenti sui costi della protesta per il contribuente italiano, sui costi delle opere bloccate, sull’irrazionalità dei manifestanti, sulla pretesa ‘contadina’ di difendere un centinaio di ulivi a fronte degli enormi benefici economici del gasdotto.

Il fuoco di fila contro la protesta è proseguito negli ultimi giorni, e oggi 30 marzo, il direttore del magazine Linkiesta, Francesco Cancellato, scrive un articolo che è diretta espressione di un credo industrialista e tecnocratico che speravamo fosse un morto da tempo. L’articolo di Cancellato propone una serie di argomentazioni che vale la pena affrontare e, contestualmente, criticare.

Lo spettro della Russia, innanzi tutto. Il nuovo gasdotto, si dice, apre il Corridoio meridionale, che non dipenderà dalla Russia e da Gazprom. Parlare di Gazprom oggi in Europa evoca la carneficina ucraina, l’autoritarismo espansionista di Putin e l’occupazione della Crimea. Poiché l’Italia dipende per il 51% delle sue importazioni di gas dalla Russia, meglio dipendere da altri paesi. Condivisibile. Ora, da dove arriva la TAP? Comincia in Grecia, certo, ma il gas arriva in Grecia attraverso la TANAP (Trans-Anatolian Pipeline), a sua volta connessa alla SCP (South Caucasian Pipeline). Da dove parte quest’ultima? Dall’Azerbaigian: una repubblica caucasica in odore di dittatura. Nota per le irregolarità delle sue elezioni e per il suo disprezzo dei diritti umani, l’Azerbaigian è presieduto da Ilham Aliyev, figlio del primo presidente, il ‘padre della patria’ Heydar Aliyev: uno che, in vita, ha imposto il suo nome a strade, mercati, aeroporti e palazzi, oltre a farsi erigere statue un po’ ovunque nel paese. Vale la pena acquisire un partner del genere per sfuggire a Gazprom? Discutibile. Certo, non sarebbe una novità da parte del governo italiano: l’Italia sceglie infatti i suoi partner commerciali secondo criteri che con il rispetto della democrazia non hanno nulla a che vedere. Basti pensare che il secondo e il terzo partner per le importazioni di gas sono la Libia (un’ex dittatura militare, oggi di fatto sotto tutela francese) e l’Algeria (una dittatura militare). Da ciascuno di questi paesi arriva il 13% del gas importato in Italia.

Cancellato si sofferma poi sulla eccezionale densità della rete di gasdotti in Italia, le cui origini risalgono all’opera dell’ENI di Enrico Mattei. Questo, mi sembra, è un punto fondamentale. Mattei, la cui figura è stata mitologizzata grazie a un numero infinito di opere scritte e filmate, si è sempre vantato di aver trasgredito, per dare inizio alla sua rete di metanodotti, qualcosa come 8.000 ordinanze italiane, oltre ad aver autorizzato i suoi tecnici a operare clandestinamente di notte per mettere i sindaci di fronte al fatto compiuto. Si era negli anni ’50. Altri tempi. Le decisioni erano prese dall’alto e imposte ai comuni e alle regioni, lasciando carta bianca ai tecnocrati. È ovviamente un modo di procedere che cozza in maniera stridente con il concetto di democrazia partecipativa che si affermato in Europa negli ultimi decenni: le popolazioni locali devono essere consultate. E tanto peggio se la consultazione richiederà tempo: non siamo obbligati a correre. Ma c’è un altro dato interessante: la rete di metanodotti fu creata in primo luogo in Val Padana, per alimentare le industrie lombarde. 60 anni più tardi, chi è che si spende maggiormente per la TAP? L’industria settentrionale, oltre a qualche notabile locale. Ricadute economiche sul Sud? Poche, rispetto al Centro-Nord.

Ma andiamo avanti nell’articolo: i manifestanti, si dice, si accaniscono sull’espianto degli ulivi: ma tale espianto sarà temporaneo, e gli ulivi saranno poi ripiantati dov’erano. Anche volendo fare affidamento alla buona fede della compagnia che costruirebbe la TAP, la questione simbolica rappresentata dagli ulivi è tutt’altro che banale, e si rifà criteri tutt’altro che irrazionali. Uso una metafora. Immaginate che la Puglia sia una persona anziana (perché parliamo di ulivi secolari), che Melendugno sia una sua gamba, e che un bel giorno un investitore si presenti alla Puglia e dica: “Guardi, la sua gamba è sana, però io le propongo di fare un taglio in mezzo, metterci un pezzo di ferro, e richiuderla. Quel pezzo di ferro le permetterà di guadagnare un po’ di soldi, e le prometto che a lei resterà solo una piccola cicatrice”. È forse irrazionale che l’anziana in questione rispedisca l’offerta al mittente? Ma in realtà un tipo di scenario come quello che ho appena menzionato sarebbe già andare oltre quanto è stato fatto con le autorità o la popolazione pugliesi, poiché almeno l’anziana della metafora è stata consultata dall’investitore.

L’articolo poi sostiene che dal 1970 al 2011 non c’è mai stato alcun incidente che ha coinvolto gasdotti con tubi di spessore superiore ai 25 millimetri, e che il tubo della TAP è spesso 26,8. A parte l’errore macroscopico che si tratta di centimetri e non di millimetri, l’affermazione è semplicemente falsa, come potete verificare qui (scremando un po’: basta selezionare gli incidenti occorsi a tubi maggiori di 10 pollici, che equivalgono a circa 25 cm). Ma se anche l’affermazione fosse stata vera, ciò non avrebbe rafforzato in nulla l’argomentazione dell’autore: il fatto che un evento non si sia mai verificato fino a un certo punto non implica niente sul futuro. Per dire: prima di Three Mile Island, negli Stati Uniti non c’erano stati incidenti nucleari gravi. Ma era possibile che una Three Mile Island avvenisse, ed è avvenuta. Prima della Torrey Canyon non c’erano mai stati enormi sversamenti petroliferi nell’oceano: ma un incidente simile era preventivabile, ed è avvenuto.

L’articolo va poi nel giuridico, dimostrando che la TAP ha le carte in regola, perché il ministro dell’Ambiente nel 2014 e il ministro dello Sviluppo economico nel 2015 hanno dato il via libera. Ora, al netto del fatto che si tratti di ministri del governo Renzi, governo che ha avuto modo di dimostrare più volte la qualità del suo interesse per il Sud, restano ministri del governo nazionale: nessuna autorità regionale o locale è stata consultata. Al contrario quando tali autorità hanno fatto la voce grossa, non sono state ascoltate.

Cancellato vira poi su Emiliano che, a suo dire, si starebbe comportando in maniera contraddittoria, avendo sostenuto la necessità di decarbonizzare l’Ilva ma poi bloccando la TAP. Tuttavia, non c’è alcuna contraddizione tra le due azioni, che anzi sono complementari. Cancellato commenta: “Per [decarbonizzare], ovviamente, serve il gas”. Assolutamente no: non si decarbonizza favorendo la produzione di un idrocarburo, per quanto minore emettitore di gas a effetto serra rispetto al carbone. Decarbonizzare, al contrario, significa usare fonti non carbonate, cioè né carbone né petrolio né gas. In una situazione di emergenza ambientale accertata ormai da più di un decennio dall’IPCC, per promuovere l’uso idrocarburi per sostituire altri idrocarburi bisogna avere uno stomaco molto forte. O, appunto, difendere un credo industrialista.

L’autore gioca poi sull’argomentazione economica: sì – dice Cancellato – per un po’ dovrete sopportare qualche noia, ma poi avrete i soldi: un sacco di soldi. E con quei soldi potrete incentivare il turismo. A prescindere dal fatto che lasciar deturpare un territorio per ricavare dei soldi con cui mettere a posto il territorio deturpato sembra un’idea parecchio contorta, è chiaro che se a San Foca si costruisce il terminale, il turismo è finito. Forse non siamo abbastanza ‘smart’ da capire a cosa servirebbe usare le eventuali royalties per il miglioramento “dell’infrastruttura digitale” invocato da Cancellato. Sicuramente non abbiamo la stessa idea di sviluppo economico. Né la stessa idea di Sud, che Cancellato definisce “la tragedia d’Italia”. Alla luce dei fatti, è piuttosto vero il contrario: è l’Italia la tragedia del Sud.

Il meridionalismo 2.0 – Idee per una politica radicata ma inclusiva, che superi il problema della diaspora

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Con la nascita in Lombardia e nelle altre regioni settentrionali dei Circoli Territoriali di Unione Mediterranea si auspica di impiantare anche nel nord il seme sempre vivo della irrisolta Questione Meridionale. Questo seme di consapevolezza è sempre più presente anche e soprattutto nel meridione fuori dal territorio storico, composto da meridionali che ancora oggi continuano a spostarsi nella parte del paese più avanzata economicamente, e che ha toccato con mano le differenze territoriali nazionali. Il seme è stato rivitalizzato dalle nuove finestre informative offerte dal web e dai testi di libri tematici come Terroni di Pino Aprile e Separiamoci di Marco Esposito, che hanno attualizzato l’annosa Questione con un linguaggio più comprensibile per il lettore, ricco di esempi concreti, misurabili e per questo non opinabili soprattutto per chi vive al nord. L’evoluzione del pensiero politico-culturale di UM potrà pertanto legarsi alla coltivazione di un nuovo metodo Meridionalista figlio di un Meridionalismo versione 2.0, che si differenzia dai metodi legati esclusivamente al territorio storico, troppo spesso inefficaci a causa di contrasti interni.

Ci riferiamo ad un meridionalismo più universale, più vicino al concetto di cultura aperta del mediterraneo, che sappia declinarsi in azioni civiche, politiche e culturali su qualunque territorio in cui esso si trovi. All’interno di tale quadro metodologico, le azioni al nord possono essere realizzate affinché la verità sul dualismo nazionale raggiunga i settentrionali probabilmente ignari che la loro miglior condizione socio-economica ed il territorio meglio fornito di infrastrutture in cui vivono sono conseguenza di politiche di minorità al sud.

Temi come: emigrazione interna, protezione ambientale, protezione della salute, protezione dei consumatori, lotta alla corruzione allo smaltimento illegale dei rifiuti industriali, sono argomenti su cui confrontarci con le istanze sociali del nord e su cui declinare in azioni politiche attraverso una comunicazione empatica-negoziale, usata per vedere il territorio con gli occhi di chi ci vive, nato o immigrato che sia, e che riesca a valorizzare lo scambio di benefici reciproci, cioè che sappia dimostrare con valori misurabili la convenienza per entrambe le parti. Un linguaggio specifico per il meridione fuori dal territorio storico che metta in comunicazione mediterranei emigranti e abitanti del territorio.

(Mozione politica Circolo Ulisse – Lombardia 2015).

Le declinazioni possono concretizzarsi ad esempio attraverso la denuncia in loco di eventi negativi e criminali che il diffuso pregiudizio nazionale è solito accomunare solo al sud oppure evidenziando come la tangente più alta di sempre sia quella del Mose a Venezia, oppure come per la sola Expo in pochi mesi siano state interdette per mafia 70 imprese – più che in mezzo secolo per la Salerno-Reggio -, al punto che si è dovuto nominare un commissario ad hoc, oppure denunciando che il San Raffaele, struttura sanitaria milanese, sia l’ospedale con il record di deficit: da solo più che diverse regioni del sud messe insieme; oppure sottolineando che i rifiuti industriali presenti nelle “terre dei fuochi” del meridione provengano per la maggior parte da aziende con sede legale e operativa nel nord e che queste però abbiano seppellito la stragrande maggioranza dei rifiuti tossici (oltre l’80%) proprio nel sottosuolo del nord.

Poter fare tutto ciò direttamente sul territorio dove questo avviene è importante per scardinare quel pregiudizio che il sud si porta dietro. Il Meridionalismo evolverà in 2.0 quando si svezzerà dallo storico territorio che ne conserverà si i principi, ma lascerà che i figli “all’estero” ne maturino il pensiero più universale attualizzandolo su i territori ospitanti. Dimostrare la possibilità di ottenere benefici reciproci per entrambe le parti del Paese, così come sviluppare politiche economiche e di sviluppo infrastrutturale che puntino ad riequilibrare le differenze attualmente presenti, a causa delle politiche leghiste significa evolvere in un Meridionalismo 2.0.

Dimostrare anche fuori dal nostro territorio storico, che una autostrada o una ferrovia è più utile costruirla in un territorio che ne è carente piuttosto che in uno dove proprio per l’abbondanza nascono movimenti come i NO TAV, è un esempio di Meridionalismo 2.0.

L’azione fuori dal territorio storico non deve essere intesa come sostitutiva bensì come integrativa. E’ da affermare con chiarezza il fallimento di tutti i partiti nazionali nel mezzogiorno, con ricadute non solo su quest’ultimo, ovunque il pensiero del Meridionalismo 2.0 trovi sviluppo. Ribadendo che la vicinanza ai partiti nazionali della tradizione italiana è stata alla base delle incomprensione e delle divisioni di movimenti e partiti meridionalisti.

Meridionalismo 2.0 vuol dire, quindi, omogeneizzare ideologie di destra e di sinistra e volgerle al pensiero più universale come quello del mediterraneo e dei suoi popoli.

Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Ringrazio Martino Grimaldi per la preziosa quanto indispensabile collaborazione

Insegnanti e scuola: il Sud come una colonia.

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di Ciro Esposito

Oggi su “Repubblica” e “Fatto Quotidiano” si parla di scuola. Sono notizie che si tengono per mano perché evidenziano la disparità di trattamento tra Nord e Sud nelle politiche scolastiche e mostrano come esse non siano il frutto di provvedimenti circoscritti e occasionali, ma il risultato di una strategia di lungo periodo.

Cominciamo con “Repubblica”, che annuncia: ”Prof meridionali al Nord, poche chance di ritorno vicino a casa”. Sono gli effetti collaterali della “Buona Scuola” applicata al Meridione che gli insegnanti del Sud denunciano, inascoltati,  da tempo.  Quando la legge venne varata, gli insegnanti indotti al trasferimento parlarono di “deportazione”. Una parola forte che suscitò polemiche perché la deportazione non prevede l’assenso di chi  viene trasferito.  Tuttavia, se l’alternativa al trasferimento è il depennamento dal piano delle assunzioni, magari dopo venti e passa anni di precariato e dopo aver costruito carriera (e famiglia) altrove,  si capirà come la protesta fosse pienamente legittima. Vogliamo parlare delle retribuzioni? Lasciamo perdere, sono di dominio pubblico. Ora la doccia fredda: le illusioni di un rapido ritorno a casa, alimentate anche dalle voci sindacali più moderate,  vengono smentite dai freddi numeri pubblicati dal quotidiano romano. Chi è partito resterà lontano, il rientro è affidato alla lotteria di trasferimenti centellinati.

I media ripetono con tono colpevolizzante che “i posti sono al Nord”. “Il Fatto Quotidiano” ci dice che potrebbero essere pure al Sud. Quasi a completamento dell’articolo di “Repubblica”, F.Q, ci ricorda che a scuola “il tempo pieno è una prerogativa solo del Settentrione”, dove ne usufruiscono il 38% degli studenti a fronte dell’11% del Sud (e del 4,2% della Sardegna!). Vale la pena ricordare che il tempo pieno venne introdotto negli anni Settanta per rispondere ai bisogni sociali dei territori, per recuperare lo svantaggio sociale degli studenti attraverso tempi di apprendimento più distesi e una più varia e attenta offerta scolastica.

Paradossalmente, la scuola manca dove servirebbe di più. Un governo che fosse attento a sanare gli squilibri territoriali impegnerebbe gli insegnanti meridionali “a casa loro” anziché spostarli di centinaia di chilometri, impoverendo ancora di più i loro luoghi di origine. A ben vedere, anche in questo caso, siamo – a piedi uniti – dentro una logica coloniale.

Salvini via dal sud. Dal 1989 a oggi: tutte le ragioni per scendere in piazza l’11 marzo.

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Una nota di Pierluigi Peperoni,
segretario nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Troppo semplice identificare nelle ragioni del razzismo antimeridionale le vere ragioni di un’opposizione a Salvini. Nessuno dimentica o sminuisce l’importanza di quel coro cantato a Pontida:

“senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”.

Oppure il suo illuminato intervento al congresso dei giovani padani del 2013:

Ho letto sul Sole 24 Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”.

Uscite come queste sono solo la punta dell’iceberg di un processo ben più profondo e radicato di cui la lega nord è il principale attore. E’ noto che il razzismo antimeridionale si è tramutato nel corso degli anni in un’azione continua di boicottaggio ai danni del mezzogiorno che ha portato ad un dimezzamento degli investimenti in opere pubbliche a sud. Siamo passati da circa 10 miliardi nel 1989 (anno della fondazione della Lega Nord) a circa 2 miliardi nel 2014.

Il partito di cui Salvini è segretario nazionale ha mostrato una fortissima capacità di incidere trasversalmente su tutti i partiti che si sono succeduti al governo. Che fossero di destra o di sinistra poco importa. Ma l’azione leghista non si è limita a questo. I padani hanno strategicamente occupato ogni spazio politico a propria disposizione per boicottare qualsiasi iniziativa potesse dare prospettive di rilancio a sud.

Il seguente prospetto parla chiarissimo.

Un esempio su tutti: le zone franche urbane. La proposta di istituire delle zone a fiscalità di vantaggio fu accettata dall’UE nel 2008, quindi nel 2009 pareva che dovessero finalmente partire. A 2 giorni dell’entrata in vigore il governo decise di introdurre alcune modifiche all’impianto normativo che aveva ottenuto l’ok, vanificando di fatto tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Cosa successe? Pare che i comuni scelti, dislocati principalmente al centrosud, non fossero graditi ad alcuni membri dell’allora Governo che preferirono mandare a rotoli l’intero lavoro svolto, piuttosto che accettare l’idea che una parte del Paese potesse godere di un importante vantaggio fiscale.

Il rinnovato Salvini che pure vuole dimostrare di essere cambiato, finge di non sapere che la commissione tecnica sul federalismo fiscale è presieduta da Giancarlo Giorgetti, leghista. Finge quindi di non aver alcun ruolo nelle assegnazione delle risorse basate su parametri-capestro per il sud. Parliamo ad esempio delle risorse per la manutenzione stradale basate sul numero di occupati, oppure della “formula Calderoli” che assegna le risorse per il servizio sanitario in misura MINORE là dove si muore prima.

Un meridionale che spera nell’aiuto di Salvini è come il derubato che spera che il ladro gli restituisca la refurtiva.

L’unica risposta sensata da dare a Matteo Salvini è che noi non ci caschiamo, che il suo tentativo di rubare voti al sud per diventare premier non andrà a buon fine.

Stavolta non ci caschiamo.

Come il lupo tra le pecore – Salvini a Il Mattino di Napoli

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L’apparizione di Matteo Salvini al Mattino ha del fiabesco. I toni morbidi e sognanti della fiaba hanno accompagnato le parole del segretario leghista, assoluto protagonista del forum organizzato dal quotidiano napoletano in vista della manifestazione attesa in città l’undici marzo e promossa da “Noi con Salvini”.

Una chiacchierata fiabesca nei toni. Moderazione, rispetto e cortesia. Salvini è stato squisito, negando prepotentemente il registro utilizzato nella sua comunicazione politica usuale. Ostentando una sicurezza ed un savoir faire degno dei più raffinati salotti, ha speso parole d’ammirazione per Napoli. I maliziosi avranno pensato alla più banale captatio benevolentiae ma sarà bene non prestare orecchio a questi livorosi pignoli.

Fiabesco all’inverosimile nei temi. Buonsenso elargito a piene mani su (quasi) tutti i punti trattati. Chi non vorrebbe liberarsi di una classe politica cialtrona ed inefficiente al punto tale da non riuscire a spendere le casse di dobloni che ogni anno arrivano al sud? Chi non vorrebbe vedere il porto di Napoli in pieno sviluppo? Chi non vorrebbe vedere un “generico” sviluppo infrastrutturale al mezzogiorno? Chi potrebbe non simpatizzare per l’uomo che ha pietà dei nostri emigrati?

Insomma, Matteo ci vuole bene. Basta far fuori la Merkel (che lui sostituirebbe con Marine LePen), l’Euro ed i tanto vituperati, mostruosi migranti, per far decollare le sue idee di sviluppo ecumenico e perequante. Spiace non aver avuto una scheda elettorale sottomano. Si sarebbe votato Lega Nord senza pensarci un attimo.

Ma visto che non avevamo matite copiative ed urne elettorali nei paraggi, forse è bene che ci si fermi un attimo a riflettere sulla fiaba salviniana, perché potrebbe non essere esattamente aderente alla realtà.

Innanzitutto ci chiediamo come mai il segretario leghista abbia eluso tutte le domande direttamente poste da Marco Esposito. Domande tecniche, più concrete di quelle necessariamente generiche poste nell’arco del dibattito da Barbano e Perone. Nei casi in cui si è trovato, suo malgrado, a non poter evadere, l’arrembante padano si è rifugiato in comode ammissioni di ignoranza. Ammissioni che risultano un po’ sconfortanti se prodotte da chi si prende la briga di venire a Napoli a “salvarci da noi stessi”, a maggior ragione se certi argomenti recano in calce l’ingombrante firma di Roberto Calderoli, vera e propria eminenza leghista.

A corroborare i dubbi sulla sincerità organica della trama salviniana ci si mette l’incidente sul residuo fiscale. Braccato sull’argomento della odierna sperequazione economica nel bel paese, la prima ed immediata difesa che sgorga sulle labbra del bel Matteo assomiglia pericolosamente ad un vecchio refrain della lega più oltranzista. Marco Esposito non fa quasi in tempo ad articolare la domanda sui criteri del federalismo fiscale che Salvini vomita quasi istintivamente la manfrina delle povere regioni del nord depredate dal famelico e parassitario sud.

Non appena gli si fa notare che se chi è più ricco non investe su chi è più povero lo sviluppo infrastrutturale che fino poco prima lui stesso caldeggiava rimarrebbe lettera morta, il verdissimo si ravvede. Fa marcia indietro facendo passare per rivoluzionaria una banalità: “molta della tassazione dovrebbe rimanere in loco, e poi chi sta meglio aiuterà chi sta peggio”. Incredibile la facilità con la quale il funambolo lombardo riesca a passare in poco più di due frasi dalle geremiadi sul principio di solidarietà fiscale invalso nell’occidente moderno, alla pleonastica e convinta affermazione dello stesso.

Un caso esemplare del famoso “tutto e contrario di tutto”.

Sorge quasi il sospetto che questo contorsionismo sia stato dettato dall’incoerenza di base del presunto buonsenso salviniano. Costretto a prendere pubblicamente le parti del sud per raccattare voti, ma intimamente consapevole di giocare per un’altra squadra.

Il tutto appare abbastanza grottesco anche tralasciando il siparietto durante il quale il nostro nega che il federalismo fiscale sia mai stato applicato. Naturalmente lo scivolone gli procura le giuste bacchettate dagli interlocutori

L’ultima domanda che ci poniamo riguarda l’argomento apparentemente più “leggero”, ma che invece è estremamente rivelatorio.

Ci chiediamo infatti come Salvini possa continuare a giustificare il fattaccio dei cori razzisti con cui dimostrava, tempo fa, le proprie doti canore. Prima prova a negare, e poi riduce tutto a bighellonate per le quali ha già chiesto scusa. La cosa fastidiosa è che – mentre ribadisce scuse non troppo convinte – riesce a trattare la questione con quel tono paternalistico di chi, ad esempio, giustifica il bullismo a scuola col più sospetto dei “so’ regazzi”.

Per levarsi le castagne dal fuoco deve necessariamente minimizzare amenità del calibro di “Vesuvio lavali col Fuoco”, sdoganandole ed equiparandole al normale sfottò da stadio (come se un vaffan* fosse in qualche misura paragonabile all’augurare catastrofi naturali). Nessuna presa di posizione reale, insomma, ma artifici retorici atti a “ripulire” il tronco razzista dell’albero ed agghindarlo con le foglie di una contrizione insincera e di circostanza. Le foglie di plastica dell’ipocrisia.

Questo piccolo ed apparentemente secondario elemento da in realtà la cifra del personaggio Salvini: predicare meravigliosamente ma essere incapaci di razzolare altrettanto bene. Raccontare la fiaba più rassicurante e benevola, ma avallare e rappresentare l’esatto contrario quando i nodi vengono al pettine. La lega ha avuto mille ed una occasioni per occuparsi di un’equa distribuzione delle risorse e dunque per favorire la transizione verso forme giuste di federalismo. In nessuna di queste occasioni si è rivelata diversa da se stessa, ovvero una forma di sindacato politico degli interessi tosco-padani più gretti. Oggi Matteo Salvini ci chiede un atto di fede. Noi dovremmo credere alla conversione radicale della Lega sulla base di mezz’oretta di “sani principi” e belle parole.

Salvini ci chiede di credere alle fiabe!

Secondo noi, invece, la narrazione leghista si sgretola ai primi raggi del sole napoletano. Si sente puzza di bruciato a grande distanza ed a ben vedere questo è naturale perché Salvini vende fumo, e per produrre fumo devi bruciare qualcosa. In questo caso ad andare fra le fiamme è stato il pudore di chi rappresenta da anni un serio ostacolo al nostro sviluppo, mentre oggi viene in casa nostra e pretende di insegnarci a risorgere.

Il segretario della lega nord rimane fiabesco in un’unico elemento: Salvini è il lupo. Il lupo travestito da pecora che pretende di intrufolarsi nel gregge per mangiare più comodamente.

Solo che a noi, di fare le pecore, non va più.

156 anni fa sono sbarcate le camicie rosse, ed oggi sbarcano quelle verdi. Se in mezzo ci mettiamo il colore delle camicie di “Noi con Salvini” (bianche, con lunghe maniche legate dietro la schiena) otteniamo un’infausta cromìa che al Sud ha portato solo ed unicamente sventura.

L’11 Marzo, alle 14, in piazza Sannazaro a Napoli, portiamo l’azzurro del nostro mare ed usiamolo per lavare via questo tricolore di disgrazie.

PIANO DELLE AREE – Una posizione chiara a tutela dei nostri territori

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di Nicola Manfredelli

Il Piano delle Aree è innanzitutto un fattore di coesione sociale e territoriale che mette mano agli squilibri non più accettabili tra cittadini e amministrazioni pubbliche. A MO! – Unione Mediterranea sta molto a cuore il ripristino di un provvedimento che va nella direzione di individuare nei territori la sovranità decisionale sull’uso delle risorse e sulla salvaguardia dell’ambiente.

D’altronde non si chiede nulla di straordinario ma soltanto di dare attuazione a uno degli orientamenti più importanti dell’UE (purtroppo solo in minima parte preso in considerazione) che è il Principio della sussidiarietà, non solo quella verticale, che quasi sempre è a prevalenza centralistica, ma soprattutto quella orizzontale, che assegna voce in capitolo alle popolazioni locali.

Nelle regioni meridionali in particolare lo strumento del Piano delle Aree assume una valenza di notevole rilievo poiché siamo in presenza di una situazione di rischio ambientale non più sostenibile, denunciata dal nostro movimento con una PETIZIONE presentata al Parlamento Europeo, con la quale, ai sensi dell’art. 44 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE abbiamo chiesto l’istituzione di una Commissione Speciale per verificare il rispetto di tali Diritti Fondamentali nelle regioni del SUD. Sono note le vicende della Terra dei Fuochi in Campania, così come quelle delle violazioni in tante altre zone del Sud. Non ultime le violazioni in materia di concessione delle licenze offshore in Calabria e quelle che riguardano le ipotesi di disastro ambientale nei territori della Lucania dove l’impatto delle attività petrolifere sta compromettendo le risorse naturali di vaste zone.

Per tutelare i nostri territori si rende necessario introdurre strumenti normativi, regolamentari, programmatori, in grado di scongiurare ulteriori interventi che potrebbero procurare danni irreversibili. Considerato che in aggiunta alla già rilevante attività estrattiva dell’Eni e della Total, che riguarda all’incirca il 20% dell’intero territorio regionale su cui si estraggono oltre 100.000 barili al giorno di petrolio, sono in essere ulteriori richieste di autorizzazione di pozzi petroliferi da parte della Shell nell’area del Potentino. In Basilicata è in corso un’azione del consiglio regionale per concordare con le altre regioni l’approvazione di un testo di legge che possa essere presentato al Parlamento su proposta dei Consigli regionali per reintrodurre il Piano delle Aree, che nell’immediato può rappresentare un utile strumento per superare lo stato di confusione che si è determinato e le preoccupazioni circa un quadro autorizzativo che lascia campo aperto a qualsiasi intervento a forte impatto sull’ambiente.

Più in generale le azioni di sfruttamento eterodirette sul territorio si scontrano (specialmente a sud) col diritto all’autodeterminazione di chi quei territori li vive. Troppo spesso si è sacrificato un patrimonio paesaggistico, naturalistico e culturale nel nome di un presunto sviluppo che pure non ha lasciato ricchezza là dove questi processi di sfruttamento hanno avuto luogo.

NIMBY – Not In My Backyard (non nel mio giardino). Se n’è parlato anche durante il referendum del 17 aprile. L’accusa di particolarismo serve solo ad attaccare e delegittimare chi si oppone alle trivelle, togliendo peso invece alle istanze propositive di cui il piano delle aree fa parte a pieno titolo.

Tuttavia MO! – Unione Mediterranea fa presente che oltre al ripristino del Piano della Aree si rende necessario introdurre nella normativa anche strumenti di Partecipazione attiva dei cittadini prevedendo, almeno per le attività maggiormente sensibili per l’ambiente e la salute delle popolazioni, di introdurre forme obbligatorie di iniziative pubbliche, sia informative (Conferenze semestrali sullo stato dell’Ambiente) che consultive (Parere Popolare tramite consultazione dei cittadini residenti) in modo da restituire alle comunità locali la sovranità degli orientamenti sugli interventi che incidono sulla conservazione e sulla tutela dell’ambiente in cui vivono”.

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