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RELAZIONE SULLO STATO DELLA SCUOLA AL PRIMO DICEMBRE 2017. PARLANO GLI INVISIBILI.

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RELAZIONE DI GIUSEPPE DE CICCO

FONDATORE DE “LA SCUOLA INVISIBILE”.

IL TRANSITORIO

Il 31 maggio 2017 entra in vigore il Decreto legislativo 59/17 relativo alla formazione iniziale e al reclutamento dei docenti della scuola secondaria.
A quanto stabilito dal su detto decreto, hanno fatto seguito una serie di decreti ministeriali, con lo scopo di dare attuazione pratica a quanto già fissato nel decreto stesso.
Dal transitorio, restano escluse la scuola primaria e quella dell’nfanzia.
Facciamo un passo indietro: questa legge è il frutto del solito compromesso tra istanze diverse, compromesso che magari all’epoca ( parliamo di pochi mesi fa ), per certi versi ( ma non tanti ), poteva anche essere condivisibile, ma che ora risulta già superato dagli eventi.
La richiesta iniziale dei docenti e delle associazioni e sindacati che li rappresentano, era quella di una graduatoria a scorrimento, sulla falsariga delle Gae.
Sul punto, la chiusura del Governo è parsa subito chiara: le gae, almeno per la scuola secondaria, rappresentano un capitolo chiuso.
Nella realtà, si è visto come questo presupposto, ancora una volta, potrebbe risultare del tutto inesatto ed infondato: le sentenze a favore degli itp ed afam hanno già provveduto a rimescolare, almeno parzialmente, le carte.
Sono infatti recenti le ordinanze che inseriscono in seconda fascia, anche se con riserva, itp e afam, e sembra vi siano anche provvedimenti favorevoli al loro inserimento in gae.
Tutto questo, chiaramente, non ha fatto altro che creare altri disordini nella scuola e malcontenti tra i docenti: segreterie scolastiche, usp e usr costretti a correggere ed integrare graduatorie, e conseguenti variazioni nelle nomine dei docenti ( i nuovi inserimenti in seconda fascia hanno in pratica sconvolto le nomine da graduatoria incrociata per il sostegno ).
A scusante del governo, non si può nemmeno dire che sia stata la prima volta che sia capitata una cosa del genere: c’era già stato il precedente dei diplomati magistrale, che avrebbe dovuto consigliare una condotta ben diversa.
Ma andiamo con ordine: il dlgs 59/17 che avrebbe avuto un fine di “riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria per renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione”, rischia invece di divenire per la scuola l’ennesima fonte di disordine ed ingiustizia sociale.
Cerchiamo di spiegarne i motivi: questi nuovi ingressi in seconda fascia di istituto, o addirittura in gae, se confermati nel merito, porranno il problema di una nuova platea di abilitati che andranno inseriti nel transitorio in una maniera diversa rispetto a quanto inizialmente previsti.
Ipt ed afam andranno assunti dalle gae, senza concorso, e tenendo conto del punteggio, e per giunta da una graduatoria provinciale e non regionale.
Un destino diverso invece, toccherà a chi rimane in seconda fascia d’istituto o addirittura in terza.
Ancora una volta, sentenze giudiziali sconvolgeranno la scuola, creeranno malcontento e disordine, finendo per minare ancora le fondamenta del sistema scolastico intero.
Chiaramente, si potrebbe obiettare che itp ed afam sono stati inseriti in gae o in seconda fascia di istituto successivamente all’emanazione del dlgs in questione: questo porterà a nuove cause, nuovi ricorsi e nuovi contenziosi non solo giudiziari, con tutte le conseguenze del caso.
Riguardo a come verranno assunti i nuovi docenti secondo quanto stabilito dalla normativa in questione preferiamo stendere un velo: va solo ricordato che ogni volta che viene riformato o ritoccato un meccanismo di assunzione, l’aspirante docente deve versare un obolo ( i 24 cfu ), o sottostare a un meccanismo di reclutamento sempre peggiore ( modalità e durata del tirocinio ).
Ci tocca un breve accenno anche alla ormai quasi decennale questione del riconoscimento delle abilitazioni all’estero: se il Miur le ritiene una scappatoia, un imbroglio, allora provveda a respingere le istanze di riconoscimento, altrimenti le accolga: inutile tenere in seconda fascia con riserva per anni docenti che hanno fatto un percorso, o, addirittura tenerli fermi in terza fascia senza prenderlo in alcuna considerazione.
Anche qui è solo una questione di giustizia: ho diritto ad una risposta dallo Stato in tempi brevi, soprattutto se il fatto di essere in seconda fascia di istituto o in terza mi cambia radicalmente le modalità di assunzione.

LA QUESTIONE DEI DM ANTE 92

La ciliegina sulla torta del transitorio è l’esclusione dei diplomati magistrale, quindi della primaria e dell’infanzia, dalle nuove forme di reclutamento: la motivazione fornita è squisitamente giuridica, visto che sul tema è attesa a giorni la pronuncia della Plenaria.
Per noi è l’ennesima prova della volontà della politica di non intervenire là dove invece il suo intervento sarebbe necessario: se si fosse agito diversamente, si sarebbero evitate ulteriori polemiche ed ulteriori discussioni.
Non è questo il luogo in cui darsi ad un excursus storico dei diplomati magistrale, noi vorremmo solo porre un quesito: invece di attendere la Plenaria, che, se positiva, comporterà comunque l’esigenza di un intervento politico e normativo, non si poteva cogliere l’attimo per un riordino del sistema di reclutamento anche per la primaria e l’infanzia, magari stabilendo gli stessi principi?
In sintesi, non si poteva nella stessa sede stabilire una differenziazione tra chi, in possesso del diploma magistrale ante 92, aveva maturato vari anni di servizio, o aveva addirittura vinto qualche concorso e chi invece si trovava in una condizione diversa?
Anche in questo caso la politica ha preferito ancora eclissarsi, con conseguenze ancora più aberranti per la scuola dell’infanzia, che dal piano assunzionale previsto dalla Buona Scuola è rimasta addirittura esclusa!
Le gae infanzia infatti sono ancora piene, al nord come al sud,e, a differenza di quelle della primaria, non perché sono state riempite da ricorrenti che inizialmente ne erano esclusi, ma perché i precari storici, i vincitori del concorso del 1999, aspettano ancora un’assunzione, e questo, dopo averli cancellati dalla graduatoria di merito e averli privati della possibilità di un’assunzione attraverso il sistema del doppio canale.
Signori: si parla di una procedura concorsuale espletata ormai quasi vent’anni fa!
Tutto questo, mentre per i vincitori del concorso 2012 è stata prevista l’assunzione anche degli idonei.
Mah, che dire?
Ma andiamo avanti.

I NUOVI CONCORSI

Con le gae ancora colme per primaria e infanzia ( per le quali non è prevista una nuova fase concorsuale, stranamente ), il transitorio prevede una nuova procedura di assunzione per la scuola media di primo e secondo grado.
E’ vero che per molte classi di concorso le gae delle superiori risultano esaurite o quasi, e per alcune addirittura vuote, e che molte cattedre risultano vacanti, ma è anche vero che, se la legge prevede che le assunzioni previste per il settore pubblico vadano fatte per concorso ( ma si tacciono sempre i limiti e le eccezioni previste dalla legge stessa ), è altresì vero che la Costituzione ci dice che la nostra repubblica è fondata sul lavoro.
Perché non bilanciare i due principi ed evitare inutili spese, sprechi e perdite di tempo?
Perché sovrapporre graduatorie di merito, provinciali e regionali?
Badate bene: in molte regioni del sud, i vincitori del concorso 2016 per infanzia e primaria aspettano ancora di essere assunti e non sanno quando lo saranno, e quelli per la media di primo e secondo grado lo sono stati da poco e non in tutte le regioni.
In conclusione, stiamo facendo di tutto per portare la scuola pubblica al collasso, sovrapponendo riforme a riforme, aggiungendo nuovi meccanismi di assunzione ad altri che non hanno ancora compiuto il loro percorso.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

L’ITALIA E L’EUROPA

Per anni ci è stato rifilato che era l’Europa che lo voleva ( cosa, non l’abbiamo capito )!
Ora, noi siamo convinti che di tutto questo pastrocchio l’Europa non sappia nulla: se sapesse che sono stati indetti ben due concorsi e che se ne bandirà un altro e che i vincitori di un altro concorso, espletato vent’anni fa, attendono ancora di essere assunti, supponiamo che ci irrogherebbe una sanzione ben sostanziosa!
Se sapesse che i precari della Pubblica Amministrazione verranno stabilizzati, mentre docenti precari da più di un decennio dovranno espletare o attendere l’ennesimo concorso, crediamo che si farebbe due risate.
Se sapesse come e quanto verrà adeguato il contratto dei docenti italiani, siamo convinti che ci escluderebbe dal novero delle nazioni civili.
Se sapesse come viene utilizzato il mercato delle assegnazioni provvisorie ( per far rientrare a casa docenti “ deportati “ per un anno, mentre altri lo restano per decenni a graduatorie bloccate ), immaginiamo ci relegherebbero in eterno nell’ultimo dei gironi dell’inferno dantesco.
Se sapessero che la scuola pubblica italiana viene usata per tenere il personale scolastico “l’un contro l’altro armati”, siamo dell’idea che ci avrebbero già commissariati.
Se questo deve essere il nostro destino, che lo sia.
Altrimenti, avviamo, per una volta un dialogo serio.
Alla politica la scelta: noi non possiamo far altro che suggerire una via d’uscita, altro non ci è permesso.

 

Dimissioni del segretario Pierluigi Peperoni

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Il segretario di MO Unione Mediterranea Pierluigi Peperoni ha comunicato le sue dimissioni: “Problemi di carattere personale che non consentono più di dedicare tutte le dovute forze ed energie al movimento stesso.”
Peperoni ha ringraziato tutti per la collaborazione.

Siamo noi a ringraziare Pierluigi per il lavoro intenso svolto in questo anno e per l’impulso dato al movimento in vista dei prossimi impegni.

L’attività di Unione Mediterranea per il riscatto della nostra terra non subirà battute d’arresto e decisioni in merito alla sostituzione pro tempore sono state già prese dal coordinamento nazionale.

Il Presidente di MO Unione Mediterranea, Francesco Tassone, è stato scelto come figura di garanzia, esperienza e saggezza per traghettare il movimento fino al prossimo congresso.

Parola d’ordine: non conta che siano unitari gli strumenti, basta che lo siano gli obiettivi!

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Cinque anni fa, a Napoli, si è ritrovato il Sud che non si arrende. Le parole d’ordine che furono pronunciate allora – e che sono ancora valide, naturalmente – auspicavano la costituzione di un soggetto unitario, dalla voce forte e chiara che proponesse le istanze politiche del “Mezzogiorno”.

Si è compreso fin da subito che il processo avrebbe dovuto procedere sul binario dell’identità. Identità composta da una Memoria recuperata e da uno sguardo attuale. Un binario vero e proprio; due linee maestre che avrebbero condotto alla stessa destinazione.

L’attualità stretta legata alle mille istanze quotidiane e future. Il ricordo della Patria avita posto a loro basamento. Ed il ricordo è stato recuperato grazie al lavoro di moltissimi – cito Pino Aprile come capofila, ma si parla di una schiera di appassionati patrioti -, con risultati sorprendenti: abbiamo visto, infatti, quanto questa operazione di disseppellimento della nostra memoria crei dibattito e fastidio ai nostri colonizzatori ed ai partiti nazionali, veri e propri strumenti di asservimento.

A questa enorme mole di lavoro si aggiunge il contributo di illustri personaggi – fra i tanti: Marco Esposito – che denunciano quotidianamente la sperequazione. E proprio attraverso questo sguardo attuale si può notare quanto in cinque anni il solco si sia fatto – se possibile -, ancora più netto. Esempio lampante (ma non unico) ne è l’attuazione di un federalismo fiscale che taglia le gambe al Mezzogiorno attuando il principio aberrante secondo cui “meno hai, ancor meno avrai”.

E cos’altro abbiamo visto in questi cinque anni?

Abbiamo principalmente visto che la frammentazione è uno degli elementi caratteristici del mondo meridionalista ed è vista come uno dei suoi maggiori limiti se non, addirittura, l’ostacolo maggiore ad un successo più consistente della causa.

Quale insegnamento dobbiamo cogliere da questo? In che modo volgere un possibile limite in un probabile successo?

Non conta che siano unitari gli strumenti, basta che lo siano gli obiettivi. Abbiamo compreso che il meridionalismo non è un pensiero unico e non può esserlo, ma non dobbiamo vedere un limite in questa “diversità” bensì cogliere l’opportunità di raggiungere ambienti e persone con sensibilità differenti, comprendendo che si può concretizzare un percorso costruttivo solo se la diversità non è vissuta in termini di rivalità.

Questa la chiave che deve essere utilizzata per proporsi sulla scena politica.

In questi cinque anni abbiamo dunque commesso errori? SI, ovvio!

Le nostre, eventuali, colpe sono più gravi dei danni subiti dalla storica Questione Meridionale? NO.

Allora come interpretare lo stato attuale?

L’esempio più banale che mi viene in mente è quello di una bottiglia di olio, il nostro olio d’oliva, che abbiamo provato a riempire ma ci è scivolata di mano rompendosi…

La bottiglia, l’olio non si è perso, si è sparso, forse troppo diffusamente, ma si è sparso ed ha macchiato l’anima di altri meridionalisti oltre che dei meridionali fuori dai Territori Storici.

Cosa fare? Semplicemente provare a riempire nuovamente la bottiglia facendo più attenzione a che non ci scivoli ancora dalle mani. L’olio d’oliva è cosa preziosa.
Mai abbandonare la speranza! Speranza che si può trarre anche da piccoli segnali: domenica 19 novembre il circolo territoriale “Ulisse”, che vive la diaspora Lombarda di Unione Mediterranea, ha organizzato un evento per la presentazione de “Il grande libro del Regno delle Due Sicilie”. Vedere la sala riempita di persone attratte dalla Verità Storica e dal rinato orgoglio d’appartenenza alle origini ci può far capire che abbiamo rotto una bottiglia, ma abbiamo prodotto tanto olio da poterne riempire più di una. E poco importa quanto sia difficile operare “all’estero”. Le bottiglie le riempiremo goccia a goccia!

Massimo Mastruzzo,  Portavoce nazionale di Unione Mediterranea

 

Lettera ai meridionalisti

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Con il referedum per l’autonomia di Veneto e Lombradia abbiamo avuto l’inequivocabile prova che l’Unità non esiste. Siamo una colonia e sono stati i Veneti e i Lombardi a dimostrarcelo. Essi hanno avuto la possibilità di farlo tramite un referendum, ma cosa succederebbe se anche Emilia Romagna, Piemonte e Liguria votassero? In Sud Tirolo c’è chi già da tempo lotta per ritornare ad essere austriaco.

Diverse sono le spinte autonomiste ed indipendentiste in Europa e in Italia. La gente ha capito che sono i popoli a fare la storia e che nessuno scenario rimane immutabile. Nemmeno i confini di una Nazione sono definiti per l’eternità.

La Lega Nord crea un partito leghista al Sud (Noi con Salvini) e vi cerca consensi nello stesso tempo in cui, al Nord, persegue il suo obiettivo storico: sancire il diritto di indipendenza/autonomia delle regioni settentrionali in favore di una tanto proclamata superiorità antropologica (noi diremmo che il risultato è stato quello di aiutarci a dimostrare la situazione di colonialismo esistente).

I partiti nazionali, per non perdere consenso nelle lande settentrionali, sostengono e promuovono il referendum (5 stelle compresi), mentre Renzi viene a fare una vacanza in treno (e in bus dove i treni non possono arrivare) nelle regioni meridionali.

Il malcontento è ovunque diffuso nel Mezzogiorno e non esistono più le condizioni per far finta che tutto possa andare avanti stante l’attuale stato delle cose.

Siamo consapevoli che il tempo è scaduto!

Non dobbiamo più aspettare il Messia, la figura talmente affascinante dietro cui tutti i meridionalisti possano unirsi per arrivare il più lontano possibile.

È il momento di essere disposti a sacrificare un pezzo della propria indipendenza e unirsi. Mettere da parte vecchi rancori e individualismi.

È il momento di unire le forze e muoversi, alzarsi in piedi e far sentire la nostra voce!

Con questo gesto soltanto, molte iniziative, non più esclusivamente sul web ma nella vita reale, potranno e dovranno essere intraprese. Esse saranno più incisive e coinvolgenti poiché saranno coordinate e più capillari.

Nessuno dovrà perdere la propria identità ma, ADESSO, è il momento di riappropriarsi del dovuto e prendere ciò che ci spetta. Basta separazioni, agiamo tutti insieme!

Michele Pisani per Mo! Unione Mediterranea.

 

Salvate quei sessantacinque condannati – Una storia di sfacciata sperequazione istituzionale

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di Domenico Santoro

Per quanto tempo vorremo baciare la mano del padrone? Per quanto tempo accetteremo il folle contratto che ci impone di nascondere e considerare accettabile una situazione così sfrontatamente sperequante in cambio delle carezze del carnefice?

Il cane addomesticato torna sempre a casa perché trova rassicurante il collare. Per quanto tempo difenderemo il confortante guinzaglio della mitologia risorgimentale?

Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico – secondo fonti dello stesso ministero – ha chiesto ai vertici di Almaviva di sospendere la dislocazione di 65 (sessantacinque!) lavoratori dalla sede di Milano a quella di Rende. Di per se l’intervento del ministero a difesa dei lavoratori Milanesi è lodevole. Ci si chiede però quale criterio permetta di tollerare la deportazione massiccia di menti e braccia dal meridione ed invece si intervenga celermente e da tanto in alto per salvare 65 (sessantacinque!) persone.

Salvarle da cosa, poi, non si capisce. E’ inquietante rilevare quanto questa sciagurata sottoforma di nazione ritenga svantaggioso il trasferimento d’ufficio in un particolare territorio (da lei nominalmente amministrato) a tal punto da dovere “salvare” un numero così esiguo di persone, mentre la desertificazione demografica di quello stesso territorio non occupi alcun posto nell’agenda politica romana.

L’abdicazione dello stato è sfacciata. Si è rinunciato a portare il meridione nel 2017 e la rinuncia è tale che le migliaia di partenze sono considerate naturali, mentre 65 (sessantacinque!) arrivi sono una iattura tale da dover scomodare un ministro.

L’opinione pubblica italiana dimostra di considerare accettabile questa idiozia sociopolitica, peraltro. Non molto tempo fa lo snobismo tricolore aveva bollato come esagerata la retorica della deportazione, delegittimando le proteste di decine di migliaia di insegnanti meridionali costretti al trasferimento. Oggi 65 (sessantacinque!) possibili trasferimenti in senso inverso diventano un caso di stato nella assonnata indifferenza del belpaese.
Fin quando ci sentiremo “fratelli” e non figliastri? Fin quando questi palesi indicatori di disparità rimarranno lettera morta nelle menti delle vittime? Difendiamo più volentieri il mito di peppino garibaldi e dei goal di Paolo Rossi in Spagna che noi stessi.

Fin quando preferiremo baciare la mano del padrone invece che abbracciare i nostri figli?
Rivolgiamo questa domanda alle nostre stesse coscienze mentre – sia chiaro! – speriamo sinceramente che l’intervento di Calenda sia efficace. A noi, infatti, piace accogliere in nostri amici Milanesi quando essi decidono di venire a farci visita, e non quando sono costretti a farlo. Allora che possa valere anche per loro il nostro auspicio secondo il quale si cominci a vivere in un mondo che abbatta l’emigrazione e le preferisca una virtuosa e VOLONTARIA mobilità.

Rosatellum: la legge elettorale che non ci serviva

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di Pierluigi Peperoni

Approvata a colpi di fiducia dalla Camera, la nuova legge elettorale ora passa al vaglio del Senato. Tralasciando le ovvie considerazioni legate al fatto che si modifichi una legge elettorale soltanto a pochi mesi dalla fine della legislatura, ci sono troppe cose che non convincono e suonano come una condanna per il sud.

Anzitutto i listini bloccati. Non è possibile esprimere preferenze: l’elettore può scegliere un simbolo oppure un nome, ma i voti verranno conteggiati comunque nell’ordine in cui il partito avrà scelto di candidare i propri rappresentanti. Questo significa che l’elettore non avrà alcuna possibilità di poter scegliere chi vuole eleggere. A peggiorare la situazione c’è il fatto che sarà possibile per un candidato essere inserito fino a 5 collegi differenti. Questo significa che se un candidato è presente in più collegi, l’elettore di un dato collegio voterà senza sapere se verrà eletto come riferimento nel proprio territorio o in altri, lasciando spazio a chi è più indietro nella lista. Si ripropone lo scenario delle umilianti elezioni del 2013 dove in tutto il sud Italia (e soltanto nei collegi meridionali) il PD ha imposto ai meridionali dei capilista del centro-nord (Bindi, Epifani, Finocchiaro, Letta, …)

A questo si aggiunge l’assurdo delle liste civetta che torneranno a fiorire. Infatti è previsto che i voti ottenuti dalle liste che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3%, vengono assegnati agli altri partiti della stessa coalizione. Vedremo quindi nascere molti nuovi simboli civici, o presunti tali, che avranno il solo scopo di racimolare qualche punto percentuale in più a favore dei grandi partiti con cui saranno in coalizione.

Per la prima volta si voterà in un sistema misto fatto da collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali. La presenza del candidato uninominale maggioritario è sicuramente interessante: per la prima volta si potrà scegliere un candidato ed essere sicuri che – se raggiunge la maggioranza assoluta nel proprio collegio – verrà eletto a prescindere dal fatto che il suo partito o la sua coalizione superi lo sbarramento. Questo potrebbe premiare persone davvero vicine al territorio. I collegi plurinominali, invece, mantengono le soglie di sbarramento del 10% per la coalizione e del 3% per il singolo partito. Di seguito un’interessante infografica che consente di capire meglio il meccanismo.

Scheda elettorale: clicca per ingrandire

C’è qualcuno che risulta avvantaggiato da una legge elettorale di questo tipo? Noi meridionali tutti dobbiamo temere l’avanzata della Lega Nord. Per la prima volta i leghisti sono in vantaggio rispetto alle componenti più moderate del centrodestra. Con la logica dei collegi maggioritari, considerato il maggior radicamento territoriale dei candidati leghisti, il partito di Bossi, Salvini, Calderoli, Borghezio rischia di fare il pieno di eletti nei collegi uninominali settentrionali. Se dovessero ottenere un buon risultato anche nei maggioritari rischieremmo di avere un parlamento con una forte componente leghista. E sarebbe l’ennesimo disastro.

Catalogna: 5 domande a… Pierluigi Peperoni

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Oggi vi presentiamo il punto di vista sul referendum catalano di Pierluigi Peperoni, Segretario nazionale di Unione Mediterranea, attualmente in carica.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Il percorso catalano è stato favorito da una diffusa consapevolezza della forte identità che li caratterizza come popolo. Abbiamo visto piazze gremite e festanti, abbiamo visto un popolo che nel momento in cui subiva la violenza vessatrice del Governo spagnolo ha saputo reagire compostamente, pacificamente, aggirando gli ostacoli posti sul loro cammino.
Risulta difficile immaginare che il mezzogiorno tutto sia pronto per intraprendere un cammino lungo un percorso così arduo, ma ci stiamo arrivando a grandi passi.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Al momento è difficile trovare similitudini tra due aree che per indicatori sociali, economici e per storia sono molto diverse.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La presenza di un tessuto produttivo ricco che ha interesse a schierarsi a difesa dei propri interessi e una consapevolezza della propria identità che è molto più radicata. Loro sono una regione che ha costruito tanto, noi invece siamo sempre stati indotti a pensare che “non si può”. Inoltre la loro consapevolezza di essere popolo è certamente in una fase molto più avanzata della nostra. Nelle scuole si parla il catalano, esistono canali televisivi catalani e le insegne dei negozi sono nella loro lingua. Evidentemente questo referendum a cui, pare, seguirà la dichiarazione unilaterale di indipendenza è solo l’atto finale di un lungo percorso di autodeterminazione.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Dietro ogni cambiamento storico importante vi sono ragioni economiche. La Catalogna vuole difendere il proprio “status quo” di area ricca. Noi invece subiamo sistematicamente l’attacco dei Governi che si succedono da ormai quasi 160 anni e che vanno sistematicamente a impoverire i nostri territori con scelte che penalizzano gli investimenti, l’università, i servizi.
La loro secessione è difesa dei privilegi, la nostra sarebbe affermazione dei diritti. Per noi sarebbe legittima difesa.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Esiste una questione aperta, di natura squisitamente tecnica, legata alla permanenza della Catalogna nell’Unione Europea: alcuni sostengono che continuerebbe a far parte dell’UE, altri che dovrebbe fare richiesta per rientrare. In questo caso l’ok dovrebbe arrivare dagli stati membri, inclusa la Spagna. Politicamente però l’UE avrebbe tutto l’interesse ad accogliere la Catalogna tra le proprie fila.

Riflessioni sul referendum catalano

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di Marco Rossano, sociologo

Sono 15 anni che vivo a Barcellona e non ho la presunzione di sapere cosa è giusto o sbagliato. So che esiste una “questione catalana” che affonda le sue radici nel tempo e che è molto più complessa di quello che molti politici e mezzi di comunicazione stanno dando in queste ultime ore. Non si può paragonare alla Scozia o al Sud Italia, ogni contesto ha le sue peculiarità e le sue cause. Non è questa la sede per un’analisi dettagliata delle ragioni storico culturali della “questione catalana”. Voglio però riflettere sulla giornata di oggi 1 ottobre 2017, giorno del referendum. Si è arrivati a uno scontro frontale, a un muro contro muro che non porterà a nessuna soluzione e probabilmente la aggraverà. In questo contesto non esistono buoni o cattivi, oppressi ed oppressori, vittime e carnefici. Tutte le parti in causa hanno la loro dose di responsabilità in questa situazione che si è radicalizzata e polarizzata. O sei con me o sei contro di me, o sei mio amico o mio nemico. Le misure giudiziarie e di polizia delle ultime settimane, gli interventi repressivi della giornata di oggi sono eccessivi e antidemocratici, ma sono anche una risposta (che non giustifico e condanno) alla violazione di leggi e regole fondamentali da parte del governo catalano.

Non c’è dubbio che esiste una “questione catalana” che la politica spagnola ha in più occasioni negato e che ha trovato il suo culmine nella incostituzionalità dello Statuto Catalano nel 2010. Da allora, con il ritorno del Partido Popular (partito di centrodestra) al governo nazionale, le posizioni si sono radicalizzate e l’atteggiamento di rifiuto e di mancanza di riconoscimento da parte delle istituzioni spagnole ha di fatto avuto un ruolo importante nella crescita del movimento indipendentista catalano e la fine di ogni tipo di dialogo fino all’escalation odierna.

Sicuramente uno dei responsabili della situazione attuale è il PP e il suo leader Mariano Rajoy. Dall’altro lato non vanno dimenticate le responsabilità del governo catalano e dei suoi rappresentanti. Nel 2015 durante le ultime elezioni al parlamento catalano, i partiti indipendentisti hanno totalizzato meno del 48% anche se hanno ottenuto la maggioranza parlamentaria. Il governo catalano ha interpretato questo voto come un mandato a procedere sulla via dell’indipendenza. Il sociologo Peter Wagner, professore all’Università di Barcellona, ricorda che tra le cose fatte, il Govern ha riscritto le procedure del parlamento catalano, non tenendo conto della consulenza legale dei propri esperti . Ha proposto, attraverso il parlamento, una legge per un referendum e una cosiddetta legge di rottura, equivalente a una dichiarazione di indipendenza unilaterale. Il passaggio di queste leggi viola la costituzione catalana – l’Estatut – fino ad allora visto orgogliosamente come espressione dell’autodeterminazione catalana. In questo processo, ai partiti dell’opposizione sono stati negati il diritto di dibattito e di proporre emendamenti. Wagner addirittura afferma che “queste leggi assomigliano alla legge di abilitazione (Ermächtigungsgesetz) al Parlamento di Weimar del 1933, anche se il governo catalano non si è preoccupato nemmeno di assicurare la maggioranza dei due terzi”.

In questo clima di scontro, il governo catalano cerca di dare l’impressione che esiste una doppia legalità, una spagnola e una catalana, la prima imposta e la seconda liberamente autodeterminata. Il governo catalano trasmette l’idea, investendo anche una quantità notevole di fondi, di portare avanti la volontà della società catalana con la consapevolezza che l’indipendenza non è mai stata scelta dalla maggioranza dei catalani. Ma nonostante tutto il Govern giustifica la violazione delle leggi e della Costituzione esistente in virtù di una volontà indipendentista della Catalogna. La propaganda catalana degli ultimi anni riversa sullo stato spagnolo le colpe di tutto. Uno stato che i catalani dimenticano di aver partecipato – liberamente – a creare durante la difficile fase della “transizione” dalla dittatura fascista e che ha portato ingenti investimenti sul territorio tra cui le Olimpiadi del 1992 che hanno cambiato il volto di Barcellona portandola alla ricchezza e allo sviluppo attuale e che non avrebbero certo ottenuto con una Catalogna indipendente.

Un dato è certo. L’autoritarismo del governo Rajoy ha portato a una radicalizzazione dello scontro. La grande maggioranza dei catalani vuole un referendum, vuole poter decidere il proprio futuro. Ma, a mio avviso, il referendum di cui ci sarebbe bisogno non è questo organizzato dal governo catalano in violazione della legge e dei principi democratici. La democrazia e la libertà non si esercitano solo nella possibilità di votare, sacrosanta e legittima, ma anche nel rispetto dello stato di diritto e delle minoranze che tanto minoranze non sono. Il muro contro muro non serve a nessuno e porterà solo a un vicolo cieco. L’unica via è quella del dialogo che né il governo spagnolo né quello catalano sembrano voler perseguire.

La Catalogna come laboratorio politico – Rischi e prospettive

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di Domenico Santoro

Il 20 settembre sarà ricordato nei libri di Storia spagnoli come il giorno in cui, con ogni probabilità, Madrid avrà forzato la Catalogna a prendere una decisione. Tornare nei ranghi o alzare drammaticamente i toni dello scontro. Difficilmente la querelle indipendentista catalana tornerà allo stato in cui si trovava prima di questa fatidica data. Nel caso in cui la Castiglia imponesse la sacralità dell’unità territoriale le istanze separatiste ne risulterebbero irrimediabilmente compromesse. Viceversa, se la spuntasse Barcellona, la strada verso l’indipendenza (quantomeno de facto) sarebbe spianata.

Il Meridionalismo politico vive nell’alveo del più ampio quadro autonomista europeo e dunque è necessario, per noi tutti, interrogarci ed analizzare quanto sta avvenendo sul suolo iberico.

Tutte le esperienze autonomistiche (Scozia, Catalogna e Paìs Vasco in primis) possono rappresentare, per un movimento meno esperto come il nostro, un inestimabile soggetto d’osservazione. Quando parlo di minor esperienza mi riferisco alla diffusa immaturità politica riscontrabile nel Meridionalismo odierno. Ben lungi dal voler offendere qualcuno o da voler posizionare Unione Mediterranea su posizioni di privilegio, la mia sensazione è che alla marea di sigle e singoli individui coinvolti nella nostra causa manchino un reale nesso politico ed una formazione metodologica efficace. Queste lacune, accostate alla via via maggiore “massificazione” della nostra presa di coscienza, espone il Meridionalismo politico ai rischi dell’irruenza e della conseguente inefficacia. In questo contesto l’analisi della situazione spagnola deve essere il più possibile obiettiva ed evitare di scaldare i nostri animi oltre la soglia del proficuo, ed è per questo che la mia opinione è modulata secondo i toni della cautela.

Partiamo dalla domanda più banale. Chi ha ragione?

In apparenza, la risposta è semplice. Un popolo che, come il nostro, mira alla decolonizzazione da un feroce stato centrale non potrebbe che parteggiare per le genti Catalane. L’anelito è il medesimo e da che mondo è mondo due più due fa quattro. Purtroppo, invece, il mondo è sempre più complesso dell’algebra che lo descrive. Se ci interessa costruire un Meridione democratico, oltreché libero, bisognerà tenere in giusto conto il concetto stesso di Democrazia. Non esiste Democrazia in assenza di leggi che tutelino la libertà dei singoli individui e non esiste legge efficace salvo quella che viene applicata con rigore. Naturalmente escludo le derive Draconiane, preferendo sempre e comunque un sistema di regole che sia strumento e non giogo. Strumento limpido ma necessariamente rigoroso, appunto. Dura lex sed lex…

Ebbene, la Guardia Civil ha agito nel pienissimo rispetto della costituzione spagnola. Costituzione che preesiste all’attuale situazione e che non è stata violata dal momento che il governo Rajoy ha posto semplicemente in essere quanto indicato dai giudici costituzionali spagnoli.

Da un lato, dunque, una posizione legalitaria, dall’altro una posizione che per nostra Storia consideriamo giusta. Madrid staziona su posizioni istituzionali e, come dicevo prima, se negassimo aprioristicamente queste posizioni la forza e la credibilità con cui parliamo di Democrazia verrebbero ad appannarsi. Barcellona pone invece un’istanza largamente supportata dalla popolazione Catalana che appare legittima proprio in virtù di quello stesso concetto Democratico che ci prefissiamo di salvaguardare.

Madrid fa ciò che è pienamente legittimo per uno stato sovrano, e cioè preserva la sua unità territoriale a costo di adottare misure autoritarie. Gridare alla dittatura è un atteggiamento quantomeno semplicistico, figlio legittimo di quella irruente partecipazione che sta, in questi giorni, scaldando le nostre coscienze. Quante volte, in questi tempi sventurati, sentiamo nostalgici del ventennio lamentarsi di una presunta dittatura tesa a limitare la libertà d’espressione? Accusare la Spagna di agire in maniera dittatoriale rischia di farci cadere nello stesso grossolano errore.

E’ pur vero che le rivoluzioni non si conducono nel perimetro della legalità, e negare la possibilità di uscirne sarebbe un clamoroso errore di prospettiva che potrebbe mutilare eventuali futuri margini di manovra della nostra azione. Il nostro compito politico è preferire strade di liberazione, e la legalità (intesa come tentativo di preservazione monolitica del corpus statale italiano) potrebbe, ad un certo punto del nostro percorso, costituire un ostacolo. In quel momento bisognerà decidere se derogare al principio nell’ottica del pragmatismo storico, o trovare altre strade in modo da proseguire su una via moderata e dunque estremamente più spendibile

(S)fortunatamente il momento non è ancora giunto. Saltare entusiasticamente sul carro catalano, per quanto romantico, ci costringerebbe a portare nell’attualità politica Meridionalista il tema secessionistico. Questo argomento (comunque uno la pensi) è, ai fini dell’allargamento del consenso, assolutamente controproducente. Moltissimi di noi si sono “risvegliati” al meridionalismo attraverso la catarsi rappresentata da “Terroni” di Pino Aprile. Chi può negare l’iniziale e ferma incredulità? Chi non ricorda quanto sia stata farraginosa e lenta la dolorosa transizione che ci ha portati da una coscienza “colonizzata” al sistema di idee totalmente ribaltato che utilizziamo oggi?

Come si può, allora, pensare di sfruttare il tema secessionistico per estendere il nostro raggio d’azione politica? Pensate a voi stessi nel periodo della transizione, ed immaginate quale effetto avrebbe avuto un fanatico postulante armato di idee (che all’epoca vi sarebbero sembrate) eversive! Deleterio. Il massimalismo (ancorché legittimo) è carburante per chi, come noi, è già serenamente convinto della bontà delle nostre lotte. E’, di converso, il più forte repellente per chi quelle idee sta cominciando vagamente a concepirle.

Il Meridione d’Italia non è la Catalogna. Le nostre masse non sono ancora pronte a recepire messaggi così distruttivi in merito al proprio ordine di idee. L’immaturità politica di cui parlavo prima produce la falsa sensazione che la rivoluzione meridionalista sia già scoppiata, mentre invece è ancora un tenero virgulto da accudire. I trecentomila contatti della pagina “Briganti” non sono, per ora, che un’incoraggiante promessa. Forzare un certo tipo di dialettica nel tentativo di sfruttare la ghiottissima occasione catalana rischia di sfaldare i piedi d’argilla del gigante che – con pazienza, costanza, impegno, determinazione e cattiveria – potremmo diventare.

Dinamiche comunicative e partecipative diverse, invece, sottendono all’interesse Lombardo/Veneto per la questione. La lega sta cavalcando tronfiamente la vicenda, cercando di gettare ponti ideologici assolutamente privi di senso. Innanzitutto bisogna rilevare che le istanze padane non hanno neanche un grammo del valore ideologico catalano o meridionalista. Il referendum sull’autonomia delle ex province austrungariche è basato sui soliti assiomi gretti e caricaturali da cumenda avido. In poche parole il virtuoso nord vuole tenersi tutto per se, e non foraggiare più il sud mangione… E questo anche a fronte del fatto che la narrazione di un Settentrione operoso vessato da un Meridione assistito cada quotidianamente a pezzi sotto i colpi della fredda cronaca.

Non ci stupisce, allora, che i Catalani abbiano sempre “schifato” i leghisti, senza mai abboccare alla pretesa nobiltà ideologica maldestramente spalmata sull’avidità padana. Altro che autonomie dei popoli. Qui si tratta di tenere i soldi nel materasso, ed i catalani lo hanno capito molto meglio di parecchi nostri compatrioti.

In secondo luogo la spinta autonomista catalana è Europeista mentre quella leghista è populistica ed al giorno d’oggi il vento della banderuole gentiste soffia in direzione contraria a Bruxelles. Altro motivo di giusta contrapposizione fra Barcellona e Pontida.

La Catalogna sa bene che dichiarare l’indipendenza dalla Spagna significa farlo in un contesto Europeo, in accordo ad un modello fortemente federale e sovranazionale. Questa è una finezza politica che sfugge alla grezza analisi politica leghista, tant’è che molte voci padane usano la vicenda spagnola per adombrare (e caldeggiare) l’ennesimo passo sulla strada della disgregazione continentale. Nulla di più sbagliato anche se – in luogo dell’errore – io sospetto la solita malafede populistica.

Sarebbe bello che anche noi ci disintosicassimo dal veleno leghista che usa un antieuropeismo irrazionale e pericolosissimo. L’Europa va corretta, ma noi meridionalisti, così come i Catalani, abbiamo la via dell’ALE per portare un contributo autonomistico alla rifondazione di un modello che la Storia dimostra essere più efficace dell’antiquato concetto di stato nazionale novecentesco.

Cinque anni dopo – Una riflessione di Antonio Lombardi

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L’8 settembre del 2012, cinque anni or sono, ci riunimmo a Bari, nella sala del Consiglio Comunale, ospiti del Sindaco Emiliano, per dare inizio ad un processo di costruzione di un soggetto unitario che potesse –con voce forte e chiara- proporre le istanze politiche di quello che, dopo essere stato spogliato anche del proprio nome, veniva e viene detto “Mezzogiorno”.

L’iniziativa nasceva da quanto accaduto un paio di mesi prima: il 14 luglio, a Monte Sant’Angelo (FG), Marco Esposito aveva consegnato un appello (“Schietti, orgogliosi, allegri, mediterranei”) a Pino Aprile, registrante numerosi sottoscrittori, con il quale gli si proponeva la guida di un ampio movimento unitario meridionalista. Quell’8 Settembre ci si era riuniti, appunto, per ascoltarne, dopo il tempo di riflessione, la risposta. Come è noto, Pino manifestò il suo proposito di non assumere tale ruolo, ma di continuare a tempo pieno il lavoro che –così fruttuosamente- era impegnato a portare avanti: scrivere della nostra terra e per la nostra terra.

A quell’appuntamento arrivammo in tanti e, soprattutto, provenienti da esperienze diverse: c’erano veterani del meridionalismo e neofiti (se non nel sentimento magari nella pratica, come il sottoscritto).

Anche se non ebbe un riscontro immediato nei termini desiderati, comunque quell’incontro di Bari sottolineò e sollecitò l’esigenza di un meridionalismo più inclusivo e meglio organizzato che, per quanto riguarda MO – Unione Mediterranea, avrebbe portato a distanza di due mesi alla sua fondazione in assemblea a Napoli (24 novembre).

Cinque anni dopo, che cosa ci racconta, oggi, quell’esperienza? Ecco un modesto spunto. Bari non risultò l’occasione per riunire tutte le anime del meridionalismo contemporaneo. Alcune formazioni già esistenti continuarono il loro percorso, altre nuove ne nacquero. La frammentazione è uno degli elementi caratteristici del mondo meridionalista ed è vista come uno dei suoi principali limiti se non, addirittura, l’ostacolo maggiore ad un successo più consistente della causa. C’è del vero in tali affermazioni, che spesso si ascoltano frequentando i nostri ambienti e, sovente, ci si interroga su questa tendenza alla moltiplicazione come effetto della divisione. Tuttavia quelle valutazioni non vanno assolutizzate.

Bisogna anzitutto farsi una ragione del fatto che il meridionalismo non è un pensiero unico e non può esserlo. Questo, tuttavia, non è detto che sia solo un limite, perché lo pone in grado di raggiungere ambienti e persone con sensibilità differenti: può dunque essere anche un’opportunità. Di fatto, però, diventa tale solo se la diversità non è vissuta in termini di rivalità. La logica del “gioco a somma zero” (io vinco se tu perdi, ho bisogno della tua sconfitta per affermarmi: logica escludente) forse è ancora troppo la chiave utilizzata per proporsi sulla scena politica e talora anche culturale. Occorre comprendere che la logica che deve informare le relazioni tra le varie componenti, tra i vari soggetti del meridionalismo politico e culturale, è quella del “gioco a somma positiva” (io vinco se tu vinci, la tua vittoria è condizione per la mia vittoria: logica inclusiva).

Che cosa significa assumere questa prospettiva costruttiva? Tante cose.

Per esempio, riconoscere la piena legittimità di percorsi diversi e la loro utilità in vista di una causa che è, comunque, comune se non nei dettagli almeno in alcuni grandi obiettivi di fondo. Ma non è solo una questione di riconoscimento e legittimazione. La partita è del tutto più ampia, perché la logica inclusiva esprime la consapevolezza che se io non ti ostacolo, se non entro in competizione con te, ma sostengo il tuo impegno e ricevo il tuo sostegno in spirito cooperativo, ciò aiuta a dissodare un terreno che per tutti è difficile, duro, faticoso da rendere accogliente, un terreno nel quale, poi, ciascuno, anche con finalità e mezzi diversi, potrà gettare semi che saranno comunque della stessa natura e le cui pianticelle un giorno potranno rinforzarsi a vicenda.

Cooperare, non competere.

Questo non significa annullare le diversità, ma rispettarle, valorizzarle e tenerle insieme in modo che non collidano distruttivamente ma, per quanto possibile, si contaminino costruttivamente. È difficile? Sì, è difficile. Ma non è impossibile. L’unità del mondo meridionalista oggi non si gioca tanto sulla fusione delle aggregazioni, ma sull’intelligenza di liberarsi dall’ansia del successo particolare, facendo del successo complessivo del nostro popolo e della nostra terra il vero motore che spinge a sacrificare talvolta qualcosa di sé e a guardare con apprezzamento gli uni alle iniziative degli altri. Senza che nessuna aggregazione e nessun soggetto all’interno di ciascuna di esse possa tranquillamente sentirsi come un atleta, pronto al “via!”, in una corsa che deve incoronare il campione.

Cinque anni dopo, mi sembra che quel pomeriggio di Bari possa insegnarci questo.

Nella foto: un momento di quell’8 settembre 2012.

Antonio Lombardi

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