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Salvate quei sessantacinque condannati – Una storia di sfacciata sperequazione istituzionale

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di Domenico Santoro

Per quanto tempo vorremo baciare la mano del padrone? Per quanto tempo accetteremo il folle contratto che ci impone di nascondere e considerare accettabile una situazione così sfrontatamente sperequante in cambio delle carezze del carnefice?

Il cane addomesticato torna sempre a casa perché trova rassicurante il collare. Per quanto tempo difenderemo il confortante guinzaglio della mitologia risorgimentale?

Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico – secondo fonti dello stesso ministero – ha chiesto ai vertici di Almaviva di sospendere la dislocazione di 65 (sessantacinque!) lavoratori dalla sede di Milano a quella di Rende. Di per se l’intervento del ministero a difesa dei lavoratori Milanesi è lodevole. Ci si chiede però quale criterio permetta di tollerare la deportazione massiccia di menti e braccia dal meridione ed invece si intervenga celermente e da tanto in alto per salvare 65 (sessantacinque!) persone.

Salvarle da cosa, poi, non si capisce. E’ inquietante rilevare quanto questa sciagurata sottoforma di nazione ritenga svantaggioso il trasferimento d’ufficio in un particolare territorio (da lei nominalmente amministrato) a tal punto da dovere “salvare” un numero così esiguo di persone, mentre la desertificazione demografica di quello stesso territorio non occupi alcun posto nell’agenda politica romana.

L’abdicazione dello stato è sfacciata. Si è rinunciato a portare il meridione nel 2017 e la rinuncia è tale che le migliaia di partenze sono considerate naturali, mentre 65 (sessantacinque!) arrivi sono una iattura tale da dover scomodare un ministro.

L’opinione pubblica italiana dimostra di considerare accettabile questa idiozia sociopolitica, peraltro. Non molto tempo fa lo snobismo tricolore aveva bollato come esagerata la retorica della deportazione, delegittimando le proteste di decine di migliaia di insegnanti meridionali costretti al trasferimento. Oggi 65 (sessantacinque!) possibili trasferimenti in senso inverso diventano un caso di stato nella assonnata indifferenza del belpaese.
Fin quando ci sentiremo “fratelli” e non figliastri? Fin quando questi palesi indicatori di disparità rimarranno lettera morta nelle menti delle vittime? Difendiamo più volentieri il mito di peppino garibaldi e dei goal di Paolo Rossi in Spagna che noi stessi.

Fin quando preferiremo baciare la mano del padrone invece che abbracciare i nostri figli?
Rivolgiamo questa domanda alle nostre stesse coscienze mentre – sia chiaro! – speriamo sinceramente che l’intervento di Calenda sia efficace. A noi, infatti, piace accogliere in nostri amici Milanesi quando essi decidono di venire a farci visita, e non quando sono costretti a farlo. Allora che possa valere anche per loro il nostro auspicio secondo il quale si cominci a vivere in un mondo che abbatta l’emigrazione e le preferisca una virtuosa e VOLONTARIA mobilità.

Rosatellum: la legge elettorale che non ci serviva

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di Pierluigi Peperoni

Approvata a colpi di fiducia dalla Camera, la nuova legge elettorale ora passa al vaglio del Senato. Tralasciando le ovvie considerazioni legate al fatto che si modifichi una legge elettorale soltanto a pochi mesi dalla fine della legislatura, ci sono troppe cose che non convincono e suonano come una condanna per il sud.

Anzitutto i listini bloccati. Non è possibile esprimere preferenze: l’elettore può scegliere un simbolo oppure un nome, ma i voti verranno conteggiati comunque nell’ordine in cui il partito avrà scelto di candidare i propri rappresentanti. Questo significa che l’elettore non avrà alcuna possibilità di poter scegliere chi vuole eleggere. A peggiorare la situazione c’è il fatto che sarà possibile per un candidato essere inserito fino a 5 collegi differenti. Questo significa che se un candidato è presente in più collegi, l’elettore di un dato collegio voterà senza sapere se verrà eletto come riferimento nel proprio territorio o in altri, lasciando spazio a chi è più indietro nella lista. Si ripropone lo scenario delle umilianti elezioni del 2013 dove in tutto il sud Italia (e soltanto nei collegi meridionali) il PD ha imposto ai meridionali dei capilista del centro-nord (Bindi, Epifani, Finocchiaro, Letta, …)

A questo si aggiunge l’assurdo delle liste civetta che torneranno a fiorire. Infatti è previsto che i voti ottenuti dalle liste che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3%, vengono assegnati agli altri partiti della stessa coalizione. Vedremo quindi nascere molti nuovi simboli civici, o presunti tali, che avranno il solo scopo di racimolare qualche punto percentuale in più a favore dei grandi partiti con cui saranno in coalizione.

Per la prima volta si voterà in un sistema misto fatto da collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali. La presenza del candidato uninominale maggioritario è sicuramente interessante: per la prima volta si potrà scegliere un candidato ed essere sicuri che – se raggiunge la maggioranza assoluta nel proprio collegio – verrà eletto a prescindere dal fatto che il suo partito o la sua coalizione superi lo sbarramento. Questo potrebbe premiare persone davvero vicine al territorio. I collegi plurinominali, invece, mantengono le soglie di sbarramento del 10% per la coalizione e del 3% per il singolo partito. Di seguito un’interessante infografica che consente di capire meglio il meccanismo.

Scheda elettorale: clicca per ingrandire

C’è qualcuno che risulta avvantaggiato da una legge elettorale di questo tipo? Noi meridionali tutti dobbiamo temere l’avanzata della Lega Nord. Per la prima volta i leghisti sono in vantaggio rispetto alle componenti più moderate del centrodestra. Con la logica dei collegi maggioritari, considerato il maggior radicamento territoriale dei candidati leghisti, il partito di Bossi, Salvini, Calderoli, Borghezio rischia di fare il pieno di eletti nei collegi uninominali settentrionali. Se dovessero ottenere un buon risultato anche nei maggioritari rischieremmo di avere un parlamento con una forte componente leghista. E sarebbe l’ennesimo disastro.

Catalogna: 5 domande a… Pierluigi Peperoni

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Oggi vi presentiamo il punto di vista sul referendum catalano di Pierluigi Peperoni, Segretario nazionale di Unione Mediterranea, attualmente in carica.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Il percorso catalano è stato favorito da una diffusa consapevolezza della forte identità che li caratterizza come popolo. Abbiamo visto piazze gremite e festanti, abbiamo visto un popolo che nel momento in cui subiva la violenza vessatrice del Governo spagnolo ha saputo reagire compostamente, pacificamente, aggirando gli ostacoli posti sul loro cammino.
Risulta difficile immaginare che il mezzogiorno tutto sia pronto per intraprendere un cammino lungo un percorso così arduo, ma ci stiamo arrivando a grandi passi.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Al momento è difficile trovare similitudini tra due aree che per indicatori sociali, economici e per storia sono molto diverse.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La presenza di un tessuto produttivo ricco che ha interesse a schierarsi a difesa dei propri interessi e una consapevolezza della propria identità che è molto più radicata. Loro sono una regione che ha costruito tanto, noi invece siamo sempre stati indotti a pensare che “non si può”. Inoltre la loro consapevolezza di essere popolo è certamente in una fase molto più avanzata della nostra. Nelle scuole si parla il catalano, esistono canali televisivi catalani e le insegne dei negozi sono nella loro lingua. Evidentemente questo referendum a cui, pare, seguirà la dichiarazione unilaterale di indipendenza è solo l’atto finale di un lungo percorso di autodeterminazione.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Dietro ogni cambiamento storico importante vi sono ragioni economiche. La Catalogna vuole difendere il proprio “status quo” di area ricca. Noi invece subiamo sistematicamente l’attacco dei Governi che si succedono da ormai quasi 160 anni e che vanno sistematicamente a impoverire i nostri territori con scelte che penalizzano gli investimenti, l’università, i servizi.
La loro secessione è difesa dei privilegi, la nostra sarebbe affermazione dei diritti. Per noi sarebbe legittima difesa.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Esiste una questione aperta, di natura squisitamente tecnica, legata alla permanenza della Catalogna nell’Unione Europea: alcuni sostengono che continuerebbe a far parte dell’UE, altri che dovrebbe fare richiesta per rientrare. In questo caso l’ok dovrebbe arrivare dagli stati membri, inclusa la Spagna. Politicamente però l’UE avrebbe tutto l’interesse ad accogliere la Catalogna tra le proprie fila.

Riflessioni sul referendum catalano

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di Marco Rossano, sociologo

Sono 15 anni che vivo a Barcellona e non ho la presunzione di sapere cosa è giusto o sbagliato. So che esiste una “questione catalana” che affonda le sue radici nel tempo e che è molto più complessa di quello che molti politici e mezzi di comunicazione stanno dando in queste ultime ore. Non si può paragonare alla Scozia o al Sud Italia, ogni contesto ha le sue peculiarità e le sue cause. Non è questa la sede per un’analisi dettagliata delle ragioni storico culturali della “questione catalana”. Voglio però riflettere sulla giornata di oggi 1 ottobre 2017, giorno del referendum. Si è arrivati a uno scontro frontale, a un muro contro muro che non porterà a nessuna soluzione e probabilmente la aggraverà. In questo contesto non esistono buoni o cattivi, oppressi ed oppressori, vittime e carnefici. Tutte le parti in causa hanno la loro dose di responsabilità in questa situazione che si è radicalizzata e polarizzata. O sei con me o sei contro di me, o sei mio amico o mio nemico. Le misure giudiziarie e di polizia delle ultime settimane, gli interventi repressivi della giornata di oggi sono eccessivi e antidemocratici, ma sono anche una risposta (che non giustifico e condanno) alla violazione di leggi e regole fondamentali da parte del governo catalano.

Non c’è dubbio che esiste una “questione catalana” che la politica spagnola ha in più occasioni negato e che ha trovato il suo culmine nella incostituzionalità dello Statuto Catalano nel 2010. Da allora, con il ritorno del Partido Popular (partito di centrodestra) al governo nazionale, le posizioni si sono radicalizzate e l’atteggiamento di rifiuto e di mancanza di riconoscimento da parte delle istituzioni spagnole ha di fatto avuto un ruolo importante nella crescita del movimento indipendentista catalano e la fine di ogni tipo di dialogo fino all’escalation odierna.

Sicuramente uno dei responsabili della situazione attuale è il PP e il suo leader Mariano Rajoy. Dall’altro lato non vanno dimenticate le responsabilità del governo catalano e dei suoi rappresentanti. Nel 2015 durante le ultime elezioni al parlamento catalano, i partiti indipendentisti hanno totalizzato meno del 48% anche se hanno ottenuto la maggioranza parlamentaria. Il governo catalano ha interpretato questo voto come un mandato a procedere sulla via dell’indipendenza. Il sociologo Peter Wagner, professore all’Università di Barcellona, ricorda che tra le cose fatte, il Govern ha riscritto le procedure del parlamento catalano, non tenendo conto della consulenza legale dei propri esperti . Ha proposto, attraverso il parlamento, una legge per un referendum e una cosiddetta legge di rottura, equivalente a una dichiarazione di indipendenza unilaterale. Il passaggio di queste leggi viola la costituzione catalana – l’Estatut – fino ad allora visto orgogliosamente come espressione dell’autodeterminazione catalana. In questo processo, ai partiti dell’opposizione sono stati negati il diritto di dibattito e di proporre emendamenti. Wagner addirittura afferma che “queste leggi assomigliano alla legge di abilitazione (Ermächtigungsgesetz) al Parlamento di Weimar del 1933, anche se il governo catalano non si è preoccupato nemmeno di assicurare la maggioranza dei due terzi”.

In questo clima di scontro, il governo catalano cerca di dare l’impressione che esiste una doppia legalità, una spagnola e una catalana, la prima imposta e la seconda liberamente autodeterminata. Il governo catalano trasmette l’idea, investendo anche una quantità notevole di fondi, di portare avanti la volontà della società catalana con la consapevolezza che l’indipendenza non è mai stata scelta dalla maggioranza dei catalani. Ma nonostante tutto il Govern giustifica la violazione delle leggi e della Costituzione esistente in virtù di una volontà indipendentista della Catalogna. La propaganda catalana degli ultimi anni riversa sullo stato spagnolo le colpe di tutto. Uno stato che i catalani dimenticano di aver partecipato – liberamente – a creare durante la difficile fase della “transizione” dalla dittatura fascista e che ha portato ingenti investimenti sul territorio tra cui le Olimpiadi del 1992 che hanno cambiato il volto di Barcellona portandola alla ricchezza e allo sviluppo attuale e che non avrebbero certo ottenuto con una Catalogna indipendente.

Un dato è certo. L’autoritarismo del governo Rajoy ha portato a una radicalizzazione dello scontro. La grande maggioranza dei catalani vuole un referendum, vuole poter decidere il proprio futuro. Ma, a mio avviso, il referendum di cui ci sarebbe bisogno non è questo organizzato dal governo catalano in violazione della legge e dei principi democratici. La democrazia e la libertà non si esercitano solo nella possibilità di votare, sacrosanta e legittima, ma anche nel rispetto dello stato di diritto e delle minoranze che tanto minoranze non sono. Il muro contro muro non serve a nessuno e porterà solo a un vicolo cieco. L’unica via è quella del dialogo che né il governo spagnolo né quello catalano sembrano voler perseguire.

La Catalogna come laboratorio politico – Rischi e prospettive

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di Domenico Santoro

Il 20 settembre sarà ricordato nei libri di Storia spagnoli come il giorno in cui, con ogni probabilità, Madrid avrà forzato la Catalogna a prendere una decisione. Tornare nei ranghi o alzare drammaticamente i toni dello scontro. Difficilmente la querelle indipendentista catalana tornerà allo stato in cui si trovava prima di questa fatidica data. Nel caso in cui la Castiglia imponesse la sacralità dell’unità territoriale le istanze separatiste ne risulterebbero irrimediabilmente compromesse. Viceversa, se la spuntasse Barcellona, la strada verso l’indipendenza (quantomeno de facto) sarebbe spianata.

Il Meridionalismo politico vive nell’alveo del più ampio quadro autonomista europeo e dunque è necessario, per noi tutti, interrogarci ed analizzare quanto sta avvenendo sul suolo iberico.

Tutte le esperienze autonomistiche (Scozia, Catalogna e Paìs Vasco in primis) possono rappresentare, per un movimento meno esperto come il nostro, un inestimabile soggetto d’osservazione. Quando parlo di minor esperienza mi riferisco alla diffusa immaturità politica riscontrabile nel Meridionalismo odierno. Ben lungi dal voler offendere qualcuno o da voler posizionare Unione Mediterranea su posizioni di privilegio, la mia sensazione è che alla marea di sigle e singoli individui coinvolti nella nostra causa manchino un reale nesso politico ed una formazione metodologica efficace. Queste lacune, accostate alla via via maggiore “massificazione” della nostra presa di coscienza, espone il Meridionalismo politico ai rischi dell’irruenza e della conseguente inefficacia. In questo contesto l’analisi della situazione spagnola deve essere il più possibile obiettiva ed evitare di scaldare i nostri animi oltre la soglia del proficuo, ed è per questo che la mia opinione è modulata secondo i toni della cautela.

Partiamo dalla domanda più banale. Chi ha ragione?

In apparenza, la risposta è semplice. Un popolo che, come il nostro, mira alla decolonizzazione da un feroce stato centrale non potrebbe che parteggiare per le genti Catalane. L’anelito è il medesimo e da che mondo è mondo due più due fa quattro. Purtroppo, invece, il mondo è sempre più complesso dell’algebra che lo descrive. Se ci interessa costruire un Meridione democratico, oltreché libero, bisognerà tenere in giusto conto il concetto stesso di Democrazia. Non esiste Democrazia in assenza di leggi che tutelino la libertà dei singoli individui e non esiste legge efficace salvo quella che viene applicata con rigore. Naturalmente escludo le derive Draconiane, preferendo sempre e comunque un sistema di regole che sia strumento e non giogo. Strumento limpido ma necessariamente rigoroso, appunto. Dura lex sed lex…

Ebbene, la Guardia Civil ha agito nel pienissimo rispetto della costituzione spagnola. Costituzione che preesiste all’attuale situazione e che non è stata violata dal momento che il governo Rajoy ha posto semplicemente in essere quanto indicato dai giudici costituzionali spagnoli.

Da un lato, dunque, una posizione legalitaria, dall’altro una posizione che per nostra Storia consideriamo giusta. Madrid staziona su posizioni istituzionali e, come dicevo prima, se negassimo aprioristicamente queste posizioni la forza e la credibilità con cui parliamo di Democrazia verrebbero ad appannarsi. Barcellona pone invece un’istanza largamente supportata dalla popolazione Catalana che appare legittima proprio in virtù di quello stesso concetto Democratico che ci prefissiamo di salvaguardare.

Madrid fa ciò che è pienamente legittimo per uno stato sovrano, e cioè preserva la sua unità territoriale a costo di adottare misure autoritarie. Gridare alla dittatura è un atteggiamento quantomeno semplicistico, figlio legittimo di quella irruente partecipazione che sta, in questi giorni, scaldando le nostre coscienze. Quante volte, in questi tempi sventurati, sentiamo nostalgici del ventennio lamentarsi di una presunta dittatura tesa a limitare la libertà d’espressione? Accusare la Spagna di agire in maniera dittatoriale rischia di farci cadere nello stesso grossolano errore.

E’ pur vero che le rivoluzioni non si conducono nel perimetro della legalità, e negare la possibilità di uscirne sarebbe un clamoroso errore di prospettiva che potrebbe mutilare eventuali futuri margini di manovra della nostra azione. Il nostro compito politico è preferire strade di liberazione, e la legalità (intesa come tentativo di preservazione monolitica del corpus statale italiano) potrebbe, ad un certo punto del nostro percorso, costituire un ostacolo. In quel momento bisognerà decidere se derogare al principio nell’ottica del pragmatismo storico, o trovare altre strade in modo da proseguire su una via moderata e dunque estremamente più spendibile

(S)fortunatamente il momento non è ancora giunto. Saltare entusiasticamente sul carro catalano, per quanto romantico, ci costringerebbe a portare nell’attualità politica Meridionalista il tema secessionistico. Questo argomento (comunque uno la pensi) è, ai fini dell’allargamento del consenso, assolutamente controproducente. Moltissimi di noi si sono “risvegliati” al meridionalismo attraverso la catarsi rappresentata da “Terroni” di Pino Aprile. Chi può negare l’iniziale e ferma incredulità? Chi non ricorda quanto sia stata farraginosa e lenta la dolorosa transizione che ci ha portati da una coscienza “colonizzata” al sistema di idee totalmente ribaltato che utilizziamo oggi?

Come si può, allora, pensare di sfruttare il tema secessionistico per estendere il nostro raggio d’azione politica? Pensate a voi stessi nel periodo della transizione, ed immaginate quale effetto avrebbe avuto un fanatico postulante armato di idee (che all’epoca vi sarebbero sembrate) eversive! Deleterio. Il massimalismo (ancorché legittimo) è carburante per chi, come noi, è già serenamente convinto della bontà delle nostre lotte. E’, di converso, il più forte repellente per chi quelle idee sta cominciando vagamente a concepirle.

Il Meridione d’Italia non è la Catalogna. Le nostre masse non sono ancora pronte a recepire messaggi così distruttivi in merito al proprio ordine di idee. L’immaturità politica di cui parlavo prima produce la falsa sensazione che la rivoluzione meridionalista sia già scoppiata, mentre invece è ancora un tenero virgulto da accudire. I trecentomila contatti della pagina “Briganti” non sono, per ora, che un’incoraggiante promessa. Forzare un certo tipo di dialettica nel tentativo di sfruttare la ghiottissima occasione catalana rischia di sfaldare i piedi d’argilla del gigante che – con pazienza, costanza, impegno, determinazione e cattiveria – potremmo diventare.

Dinamiche comunicative e partecipative diverse, invece, sottendono all’interesse Lombardo/Veneto per la questione. La lega sta cavalcando tronfiamente la vicenda, cercando di gettare ponti ideologici assolutamente privi di senso. Innanzitutto bisogna rilevare che le istanze padane non hanno neanche un grammo del valore ideologico catalano o meridionalista. Il referendum sull’autonomia delle ex province austrungariche è basato sui soliti assiomi gretti e caricaturali da cumenda avido. In poche parole il virtuoso nord vuole tenersi tutto per se, e non foraggiare più il sud mangione… E questo anche a fronte del fatto che la narrazione di un Settentrione operoso vessato da un Meridione assistito cada quotidianamente a pezzi sotto i colpi della fredda cronaca.

Non ci stupisce, allora, che i Catalani abbiano sempre “schifato” i leghisti, senza mai abboccare alla pretesa nobiltà ideologica maldestramente spalmata sull’avidità padana. Altro che autonomie dei popoli. Qui si tratta di tenere i soldi nel materasso, ed i catalani lo hanno capito molto meglio di parecchi nostri compatrioti.

In secondo luogo la spinta autonomista catalana è Europeista mentre quella leghista è populistica ed al giorno d’oggi il vento della banderuole gentiste soffia in direzione contraria a Bruxelles. Altro motivo di giusta contrapposizione fra Barcellona e Pontida.

La Catalogna sa bene che dichiarare l’indipendenza dalla Spagna significa farlo in un contesto Europeo, in accordo ad un modello fortemente federale e sovranazionale. Questa è una finezza politica che sfugge alla grezza analisi politica leghista, tant’è che molte voci padane usano la vicenda spagnola per adombrare (e caldeggiare) l’ennesimo passo sulla strada della disgregazione continentale. Nulla di più sbagliato anche se – in luogo dell’errore – io sospetto la solita malafede populistica.

Sarebbe bello che anche noi ci disintosicassimo dal veleno leghista che usa un antieuropeismo irrazionale e pericolosissimo. L’Europa va corretta, ma noi meridionalisti, così come i Catalani, abbiamo la via dell’ALE per portare un contributo autonomistico alla rifondazione di un modello che la Storia dimostra essere più efficace dell’antiquato concetto di stato nazionale novecentesco.

Cinque anni dopo – Una riflessione di Antonio Lombardi

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L’8 settembre del 2012, cinque anni or sono, ci riunimmo a Bari, nella sala del Consiglio Comunale, ospiti del Sindaco Emiliano, per dare inizio ad un processo di costruzione di un soggetto unitario che potesse –con voce forte e chiara- proporre le istanze politiche di quello che, dopo essere stato spogliato anche del proprio nome, veniva e viene detto “Mezzogiorno”.

L’iniziativa nasceva da quanto accaduto un paio di mesi prima: il 14 luglio, a Monte Sant’Angelo (FG), Marco Esposito aveva consegnato un appello (“Schietti, orgogliosi, allegri, mediterranei”) a Pino Aprile, registrante numerosi sottoscrittori, con il quale gli si proponeva la guida di un ampio movimento unitario meridionalista. Quell’8 Settembre ci si era riuniti, appunto, per ascoltarne, dopo il tempo di riflessione, la risposta. Come è noto, Pino manifestò il suo proposito di non assumere tale ruolo, ma di continuare a tempo pieno il lavoro che –così fruttuosamente- era impegnato a portare avanti: scrivere della nostra terra e per la nostra terra.

A quell’appuntamento arrivammo in tanti e, soprattutto, provenienti da esperienze diverse: c’erano veterani del meridionalismo e neofiti (se non nel sentimento magari nella pratica, come il sottoscritto).

Anche se non ebbe un riscontro immediato nei termini desiderati, comunque quell’incontro di Bari sottolineò e sollecitò l’esigenza di un meridionalismo più inclusivo e meglio organizzato che, per quanto riguarda MO – Unione Mediterranea, avrebbe portato a distanza di due mesi alla sua fondazione in assemblea a Napoli (24 novembre).

Cinque anni dopo, che cosa ci racconta, oggi, quell’esperienza? Ecco un modesto spunto. Bari non risultò l’occasione per riunire tutte le anime del meridionalismo contemporaneo. Alcune formazioni già esistenti continuarono il loro percorso, altre nuove ne nacquero. La frammentazione è uno degli elementi caratteristici del mondo meridionalista ed è vista come uno dei suoi principali limiti se non, addirittura, l’ostacolo maggiore ad un successo più consistente della causa. C’è del vero in tali affermazioni, che spesso si ascoltano frequentando i nostri ambienti e, sovente, ci si interroga su questa tendenza alla moltiplicazione come effetto della divisione. Tuttavia quelle valutazioni non vanno assolutizzate.

Bisogna anzitutto farsi una ragione del fatto che il meridionalismo non è un pensiero unico e non può esserlo. Questo, tuttavia, non è detto che sia solo un limite, perché lo pone in grado di raggiungere ambienti e persone con sensibilità differenti: può dunque essere anche un’opportunità. Di fatto, però, diventa tale solo se la diversità non è vissuta in termini di rivalità. La logica del “gioco a somma zero” (io vinco se tu perdi, ho bisogno della tua sconfitta per affermarmi: logica escludente) forse è ancora troppo la chiave utilizzata per proporsi sulla scena politica e talora anche culturale. Occorre comprendere che la logica che deve informare le relazioni tra le varie componenti, tra i vari soggetti del meridionalismo politico e culturale, è quella del “gioco a somma positiva” (io vinco se tu vinci, la tua vittoria è condizione per la mia vittoria: logica inclusiva).

Che cosa significa assumere questa prospettiva costruttiva? Tante cose.

Per esempio, riconoscere la piena legittimità di percorsi diversi e la loro utilità in vista di una causa che è, comunque, comune se non nei dettagli almeno in alcuni grandi obiettivi di fondo. Ma non è solo una questione di riconoscimento e legittimazione. La partita è del tutto più ampia, perché la logica inclusiva esprime la consapevolezza che se io non ti ostacolo, se non entro in competizione con te, ma sostengo il tuo impegno e ricevo il tuo sostegno in spirito cooperativo, ciò aiuta a dissodare un terreno che per tutti è difficile, duro, faticoso da rendere accogliente, un terreno nel quale, poi, ciascuno, anche con finalità e mezzi diversi, potrà gettare semi che saranno comunque della stessa natura e le cui pianticelle un giorno potranno rinforzarsi a vicenda.

Cooperare, non competere.

Questo non significa annullare le diversità, ma rispettarle, valorizzarle e tenerle insieme in modo che non collidano distruttivamente ma, per quanto possibile, si contaminino costruttivamente. È difficile? Sì, è difficile. Ma non è impossibile. L’unità del mondo meridionalista oggi non si gioca tanto sulla fusione delle aggregazioni, ma sull’intelligenza di liberarsi dall’ansia del successo particolare, facendo del successo complessivo del nostro popolo e della nostra terra il vero motore che spinge a sacrificare talvolta qualcosa di sé e a guardare con apprezzamento gli uni alle iniziative degli altri. Senza che nessuna aggregazione e nessun soggetto all’interno di ciascuna di esse possa tranquillamente sentirsi come un atleta, pronto al “via!”, in una corsa che deve incoronare il campione.

Cinque anni dopo, mi sembra che quel pomeriggio di Bari possa insegnarci questo.

Nella foto: un momento di quell’8 settembre 2012.

Antonio Lombardi

Lettera ai Napoletani

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Cari Napoletani,
no non mi rivolgo a voi che, magari con ammirevole fatica, siete riusciti a liberarvi dalle catene mentali -ideologiche e psicologiche- e adesso ai vostri occhi tutto appare diverso, mi rivolgo a quell’altra fetta della città: quella che, come le tre scimmiette, non vuole vedere, non vuole sentire e non vuole parlare diversamente.
Oggi è la vostra festa: 7 settembre. L’anniversario del giorno in cui il vostro amico Peppe Garibaldi, con le spalle protette dalla camorra, entrò in città e andò ad affacciarsi da quel balcone, ancora esistente, di Palazzo Doria d’Angri. Al largo dello Spirito Santo che, poi, fu ribattezzato piazza VII Settembre.
Auguri! Buon anniversario!
Avevate ragione a tenere duro e a credere ancora, dopo ben 157 anni, che non fu invaso uno stato indipendente di cui Napoli era la capitale, ma si trattò di una liberazione. I buoni vennero a cacciare via i cattivi, vennero ad aiutarci. Perciò sono fratelli e sorelle d’Italia.
E ancora oggi sanno dimostrare che ci amano e ci rispettano. Infatti, non sono razzisti con noi, non ci insultano, non ci discriminano nell’erogazione dei fondi pubblici, non permettono che abbiamo ferrovie diverse dalle loro, né ospedali meno attrezzati, né zero asili nido. Valorizzano i nostri beni culturali, non vengono ad inquinare e a trivellare la nostra terra e i nostri mari, non invocano disgrazie naturali (che so… un’eruzione del Vesuvio, tanto per dirne una). Del resto, quando ci capita qualche brutta avventura, magari un terremoto, un terremoticchio va’, la prima cosa che fanno è raccogliere fondi, esprimere solidarietà, invitare a non affossare la già compromessa (da loro) economia, e non si permettono certo di pensare subito che la colpa possa essere nostra.
Già perché, invece, la colpa è sempre la nostra. Questo, voi dell’altra fetta della città, lo sapete bene, lo sapete così bene che il senso di colpa, iniettato nelle vostre vene come un vaccino contro la libertà, vi tiene ben lontani dal virus di un pensiero mediterraneo e indipendente. La dipendenza da Peppe è un dogma intoccabile.
Vi ho scritto questo biglietto, per ricordarvi di organizzare la vostra festa. Sono sicuro che oggi, 7 settembre, ci metterete la faccia e vi recherete sotto a quel balcone ad applaudire e lanciare baci verso colui che non c’è più ma che, in compagnia di tutta la sua banda -Vittorio, Camillo, Enrico, Nino, l’altro Giuseppe, eccetera- è ancor vivo nelle vostre coscienze vaccinate.
Auguri, allora, buona festa! Se mi troverò a passare per largo dello Spirito Santo, oh scusate, per piazza VII Settembre volevo dire, sono sicuro di trovarvi a ringraziare per le condizioni di vita che ci ha regalato l’avventuriero barbuto. Sì, lui, che con quella faccia da straniero ha navigato il mondo intero distribuendo libertà.
Voi non siete mica come quegli ambigui meridionalisti sui quali non si sa cosa pensare: gente che pareva seria e che invece si è messa in testa di essere nata in una colonia. Quelli, addirittura, vanno dicendo che la pace è frutto della giustizia e che nascondere le discriminazioni che passano sotto al naso equivale ad esserne complici. Che gente!
Un caro saluto
Antonio Lombardi

Il peso delle parole – Il terremoto e la danza dei Soloni

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di Massimo Mastruzzo

Il peso delle parole è pari a quello delle tante macerie ancora presenti all’Aquila, ad Amatrice, ad Arquata del Tronto. La comunicazione può essere, alle volte, fuorviante e quando è gestita con leggerezza o peggio ancora con malizia il suo impatto può essere devastante.

Quanto essa possa far male ad un determinato territorio lo abbiamo purtroppo già constatato in altre circostanze. L’esempio più lampante riguarda gli allarmismi in merito ai prodotti agro-alimentari Campani spesso indiscriminatamente ed ingiustificatamente legati alla terra dei fuochi. Naturalmente nessun giornalista o presunto tale si è mai preso la briga di affermare esplicitamente corbellerie simili, ma chi dovrebbe fare “informazione” in questo maledetto paese spesso preferisce cavalcare i pregiudizi dell’opinione pubblica più che stroncare sul nascere una scemenza. I pennivendoli italiani hanno capito che tira di più un pelo di bufala che un carro di onesti buoi, i quali avranno il boriosissimo vizio di verificare scientificamente le fonti ed i fatti prima di pubblicare qualsiasi cosa. Vuoi mettere?

Con il terremoto di Ischia si è ripetuto questo protocollo. La comunicazione “arricchita” di informazioni slegate dai reali avvenimenti e collegate pindaricamente ad altre situazioni che, se non completamente, sono perlomeno non direttamente relazionate all’avvenimento in oggetto. Abbiamo dovuto aspettare la veemente reazione di Vincenzo Ferrandino (sindaco di Ischia) e di Vincenzo De Luca (bontà sua) per notare un generale ma troppo timido rientro nei ranghi del carrozzone mediatico nazionale.

Con buona pace dei teorici del piagnisteo nessuno ha mai negato il fenomeno dell’abusivismo, problema che è presente adesso, lo era sicuramente prima e, con molte probabilità, lo sarà anche dopo. A noi sembra strano che però esso sia diventato il protagonista della narrazione televisiva più che un eventuale co-fattore dell’attuale situazione. Non che ci si aspettasse una particolare solidarietà da una nazione che considera tutto ciò che sta sotto la linea gotica come “nordafrica” (nell’accezione denigratorioa salviniana; noi meridionali consideriamo quelle terre sorelle e bellissime). Cionondimeno ci saremmo accontentati di una cronaca dei fatti più legata alle stretta attualità.

Le immagini ci mostrano chiaramente che, (e lo ribadiamo con forza) il pur presente abusivismo non c’entra nulla, o se c’entra lo fa in minima parte. Naturalmente questa è una nostra sensazione che – al contrario dei nostri omologhi più titolati -, non vorremmo trattare da verità rivelata prima che venga confermata dalle indagini tecniche. Purtroppo certe penne (anche molto quotate) non hanno usato ad Ischia questa cortesia prima di esprimersi in senso contrario e totalmente dimentico dei (sacrosanti) moti solidaristici dimostrati in occasione di eventi verificatisi un po’ più a nord del golfo di Napoli.

Ma mentre Tiberio Timperi si erge a paladino di una libera(mente faziosa) informazione apprendiamo che probabilmente i crolli hanno interessato immobili antichi e non abusivi. Questi sono i fatti (che comunque aspettiamo di veder certificati), il resto è una forma già purtroppo consueta di sciacallaggio condita da siparietti indegni.

Riteniamo ovvio il fatto che l’abusivismo edilizio vada contrastato e non condonato, così come dovrebbe essere ovvio ed incentivato il puntare sulla prevenzione e sulle ristrutturazioni per mezzo di tecniche e materiali antisismici. Non altrettanto ovvio sembra essere l’avvio di una immediata campagna di solidarietà nei confronti degli ischitani. Eppure in altre circostanze – più “settentrionalmente connotate” diciamo -, il meccanismo era stato questo: prima la solidarietà e poi, se del caso, le polemiche.

Il Sud che sta provando lentamente ad alzare la testa è un elemento alieno nella coscienza popolare italiana. Nel sentire nazionale il Meridione è povero ed incapace, è cialtrone ed assenteista, è la parte negativa della nazione e deve stare al suo posto. Perché lacerare il quadro così perfettamente acquisito e rassicurante? Perché mettere a repentaglio le cospicue tirature ottenute dicendo ciò che la gente è abituata a sentirsi dire?

Ma attenzione! Non ci permetteremmo mai di asserire concetti contrappositivi. Questi giochini squallidi li lasciamo a matteo salvini. Pensiamo più che altro al pregiudizio di cui parlavo poco sopra e del quale è responsabile non tanto chi lo subisce passivamente (noi meridionali piccoli e neri) o attivamente (l’ultras veronese che ci reputa materiale da “lava”-re via), ma chi lo alimenta e cavalca a fini strumentali trasformando un terremoto in una sorta di ispezione catastale in mondovisione.

Ci si auspica che nessuno neghi il problema dell’abusivismo e dello stupro perpetrato ai danni del nostro suolo. Ma mentre noi Meridionali ci assumiamo l’onere dell’autocritica (come se le storture avvenissero solo da Roma in giù) che almeno i Soloni tanto interessati al nostro mea maxima culpa imparino l’abc della comunicazione dacché dimostrano carenze a dir poco sospette in relazione alla propria onestà intellettuale e deontologia.

PS: mi scuso con chi possa trovare fuori luogo e “pesanti” le immagini associate a questo articolo. Non sono foto “shock” di macerie o di bimbi intrappolati. Quelle le potrete googlare per conto vostro. Ho usato immagini diffuse durante un periodo buio della Storia e che spero possano farvi capire quanto terribilmente possa nuocere una cattiva (quando non proprio orientata) informazione.

La nostra causa – Tredici buone ragioni per abbracciare la nostra terra

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di Antonio Lombardi

1. Perché ci sei nata/o: è la tua terra, il tuo popolo. Oppure perché semplicemente ci abiti, anche se sei nata/o lontano; oppure perché, pur non essendoci nata/o né abitandoci, sei una persona che ha il senso della giustizia e della solidarietà e la sensibilità di un autentico operatore di pace.

2. Perché sei stanca/o delle frasi razziste, degli auguri di morte e degli insulti snocciolati nelle conversazioni quotidiane o urlati in coro da migliaia di persone, nell’indifferenza dello Stato.

3. Perché hai scoperto che la lezioncina di storia che ti hanno trasmesso, dalla scuola elementare in avanti, è una bugia infame, un veleno ideologico per farti onorare una bandiera che ha sterminato i tuoi avi e farti abbracciare come eroi i massacratori della tua gente.

4. Perché sei stanca/o di discriminazioni macroscopiche, che ti condannano ad avere strade peggiori, ferrovie obsolete, porti desertificati, zone senza aeroporti, ospedali meno attrezzati, scuole ed università penalizzate, beni culturali in misura maggiore ma in considerazione minore, terre e mari abusati.

5. Perché non puoi affezionarti ad un Paese nato e tenuto incollato con l’imposizione, che ti considera carne da macello da spedire in guerra o prodotto di scarto da costringere all’emigrazione.

6. Perché sei indignata/o da un sistema politico ed economico, costruito ad arte, che prevede un Nord che comanda e infierisce ed un Sud che obbedisce e subisce.

7. Perché hai capito che i parlamentari e i governanti che mandi a Roma da decenni, ti dimenticano rapidamente e collaborano, silenti e fattivi, agli ordini che ricevono dai loro veri padroni.

8. Perché ne hai abbastanza del fatto che la tua terra non abbia una rete produttiva sviluppata, né banche e assicurazioni proprie, né televisioni e giornali d’impatto che leggano “da Sud” quel che succede, non riceva adeguata promozione e tutela dei suoi prodotti enogastronomici e paghi pure la RC auto più alta pur avendo meno sinistri.

9. Perché vuoi dire basta alla pratica, che va avanti da oltre centocinquanta anni, di conservarti in mani criminali che operano come fossero il braccio violento dello Stato per il controllo, l’insicurezza e la sottomissione di un popolo che potrebbe sorridere come un’increspatura del mare.

10. Perché vuoi valorizzare e difendere la tua identità culturale, facendone una forza nonviolenta di riscatto per te ed un ponte di pace e di scambio con gli altri popoli.

11. Perché hai smesso di alienarti, per paura, pregiudizio o opportunismo, da quello che accade sotto al tuo naso.

12. Perché vuoi uscire dalla cupezza della vita e del pensiero, delle emozioni e dei comportamenti inibiti, lottando libera/o e innamorata/o per quell’indipendenza che la tua terra possedeva e che oggi potrebbe orientarla verso un destino migliore.

13. Perché hai deciso che non devono più essere gli altri a dipingere il nostro volto secondo il loro interesse, ma è ora di prendere in mano la tavolozza dei talenti ed il pennello della tenacia, per rifare con nuovi colori la nostra immagine più autentica.

Camera a Sud – Festival itinerante di cultura meridionalista

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“Camera A Sud”, festival itinerante di cultura meridionalista (ispirato al titolo dell’omonima canzone di Vinicio Capossela), è un format che nasce da un’idea di MO! – Unione Mediterranea e che è patrocinato, in questa prima tappa a Manfredonia, dal Comune, dall’Agenzia del Turismo e dal Gal DaunOfantino.

Composto da sette serate (il programma è reperibile sull’evento facebook) è una manifestazione culturale dedicata alla Questione Meridionale, dalla sua nascita con l’unità d’Italia al suo progressivo aggravarsi, e sarà itinerante, affidando ad ognuno dei relatori un luogo specifico della città di Manfredonia. I libri degli autori saranno il punto di partenza di ogni serata e daranno il via a un confronto con il pubblico.

Perché organizzare un evento del genere? Per un motivo molto semplice: la cultura è potere.

E’ ormai giunta l’ora di mettere al corrente la popolazione delle ragioni delle continue ed ingiuste disparità Nord-Sud. E’ necessario far sì che il cambiamento nelle coscienze meridionali passi anche e soprattutto per la cultura, unica chiave di volta utile a far comprendere la verità storica. Capire meglio il presente, per poi modellare il futuro dipende esclusivamente da questo.

Manfredonia sarà dunque solo la prima di tante tappe del festival, che sarà riproposto in tutte le città interessate alla manifestazione. Il format sarà sempre lo stesso e cercherà di dare voce ai tanti artisti, musicisti e scrittori meridionalisti del nostro tempo, in modo che la nostra vicenda, costantemente soffocata dal pregiudizio diffuso, possa finalmente usufruire del panorama che si gode osservando il mondo dalla finestra della “Camera A Sud”.

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