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SE SADISMO E RINCOGLIONISMO CI TAPPANO GLI OCCHI

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea

I sondaggi elettorali indicano che, anche a ragione della complessa legge elettorale, il Mezzogiorno avrà un peso preponderante sul risultato finale. Vediamo come chi oggi cerca voti ha ridotto il Mezzogiorno.

L’ Eurostat, all’interno del suo volume annuale dedicato alle  270 regioni dell’ Unione Europea,  ci dice che:

In UE il 71,4% di chi ha terminato l’università trova un’occupazione entro tre anni, in Italia ci riesce appena il 44,2%, nel Mezzogiorno il 26,7% e in Calabria la percentuale crolla addirittura al 20,3%, dati peggiori si trovano solo per la Guyana francese 44,7% (è una regione e un dipartimento d’oltremare della Francia che si trova nell’America meridionale)  e per la regione bulgara di Severozapaden 46,5%.

Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, sono in Europa le regioni in cui lavora meno di una persona su due fra i 20 e i 64 anni. Il digitale è ormai indispensabile per la maggior parte delle occupazioni ma nel Sud Italia e nelle isole solo il 57,5% ,fra i 16 e i 74 anni, usa regolarmente internet, quasi 20 punti percentuali meno della media Ue (79%). E appena il 27% lo fa da dispositivi mobili come smartphone o tablet (media Ue 59%).

Una donna residente al Sud ha meno della metà delle possibilità di trovare un lavoro rispetto a una nata o emigrata a Nord, dove il tasso di occupazione femminile è del 44,9 per cento a fronte del 22,3 per cento del Sud.

A questi dati vanno sommati quelli Svimez che danno un sud a rischio desertificazione umana e industriale e portano a una disomogeneità territoriale tra il nord e il sud d’Italia che non ha eguali in Europa.

Se non riusciamo a leggere questi dati che, seppur nell’ultima legislatura sono assai peggiorati, storicamente accompagnano e condannano il Mezzogiorno e ci facciamo (ri)fottere da chi in questi decenni (ma potremmo dire secolo) ha già governato con questi tristi numeri e oggi ci promette che con una pensione da 1000 €, con il “mandiamo via gli stranieri che ci rubano il lavoro” (quale?), con la (ri)modifica dell’art. 18 (per chi ha un lavoro), con un reddito di cittadinanza, ecc.ecc, il sud si staccherà dal fondo di questa deprimente classifica, non saremo antropologicamente inferiori ma un pochino di sadismo da cabina elettorale sicuramente lo possediamo.

I Governi italiani sono sordi da 160 anni, MO Unione Mediterranea, dopo aver presentato una petizione a Bruxelles per denunciare le condizioni del Mezzogiorno, vuole iniziare un percorso per rivolgere, con le prossime elezioni Europee, le istanze del Mezzogiorno direttamente a Bruxelles.

Se non capiamo che solo una coscienza meridionalista può contribuire alla nostra causa, oltre che sadismo probabilmente soffriamo anche di rincoglionismo.

 

Cosa c’entra il fascismo con il meridionalismo? Niente.

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di Raffaele Vescera

Che c’entra il fascismo con il meridionalismo?
Se qualcuno crede che l’ormai impetuosa consapevolezza neo-meridionalista possa avere un’anima reazionaria, nostalgica, fascista o comunque violenta si sbaglia di grosso. La cultura della violenza politica, del razzismo, del nazionalismo esasperato e del militarismo si è storicamente affermata al Nord dello stivale. Il fascismo, come universalmente riconosciuto, è un fenomeno violento nato tra gli agrari padani che organizzavano squadre armate per reprimere il forte movimento bracciantile. Stessa cosa, è vero, accadeva al Sud, dove gli agrari facevano ricorso alle bande mafiose, ma questo sistema segreto non poteva affermarsi come ideologia politica, cosa che invece avvenne al Nord, dove il fascismo conquistò presto il consenso degli industriali che lo usarono per fermare la ribellione della classe operaia, anche questa violenta in verità. Ma forse quest’ultima aveva l’attenuante della legittima difesa.
Consenso ricevuto anche dal liberalismo italiano, compreso quello di Benedetto Croce, che seppur pentito, ha prodotto danni enormi alla sua gente.

Insieme al controllo degli operai, il capitalismo italiano, uscito rafforzato dalla grande guerra, (costata un milione di morti vieppiù meridionali mandati al macello nelle trincee poiché i settentrionali servivano quale forza lavoro nel triangolo industriale) mirando all’ulteriore espansione produttiva, sposava in pieno la vieta ideologia “imperiale” dei Savoia, coltivata da secoli in Piemonte. Piemonte definito dal Amadeo Bordiga, sodale di Gramsci, uno staterello militarista. Il modello coloniale adottato dal Piemonte, a partire dal ‘700 in Sardegna, una terra letteralmente desertificata, con i Sardi, trattati quale razza inferiore da sfruttare, fu riproposto un secolo dopo nelle Due Sicilie, e il secolo successivo in Africa e nei Balcani.

“L’Italia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento”. Scriveva Antonio Gramsci, e ancora: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”
Ma la sinistra italiana dimenticava presto queste elementari verità storiche enunciate da Gramsci e sposava essa stessa la teoria interessata di un Sud colpevole della propria povertà. La classe operaia del Nord veniva così messa contro i contadini del Sud, impedendo l’alleanza propugnata da Gramsci, mentre il capitalismo industriale del Nord, votato al fascismo, ben si saldava con quello agrario del Sud. Ancora una volta a rimorchio degli interessi subalpini, dopo l’alleanza “risorgimentale”.

Quando il Piemonte, in guerra permanente da decenni, munito di un esercito mercenario al servizio delle potenze europee, invase le Due Sicilie, si trovò di fronte uno stato pacifico da secoli, dove la retorica militarista di stampo franco-prussiano non aveva mai attecchito tra le classi colte, più propense alla crescita intellettuale illuminata e all’uso delle arti più che delle armi, com’è giusto che sia in uno stato civile. Questa propensione, unita alle convinzioni cristiane della dinastia borbonica, facevano delle Due Sicilie uno stato moderato, comunque in crescita economica e proiettato verso traguardi di civile modernità, com’è accaduto ad altri stati europei di pari condizione che non hanno subito tale devastante, ancorché “fraterna”, occupazione.
L’animo pacifico dei meridionali cozzava con la retorica militarista fascista, capeggiata in gran parte da gerarchi di provenienza padana, come lo stesso Mussolini che, come riporta il diario di Giuseppe Bottai, nel 1935 sosteneva: “Bisognerà fare una marcia su Napoli, per spazzare via chitarre, mandolini, violini e cantastorie.” Poi, nel luglio del 1941, quando Napoli fu colpita dai primi attacchi aerei degli Alleati, Mussolini, secondo quanto riportato nel diario di Galeazzo Ciano, disse: “Sono lieto che Napoli abbia delle notti così severe. La razza diventerà più dura. La guerra farà dei napoletani un popolo nordico”.

Non è un caso che, il divario economico tra Nord e Sud, inesistente nel 1860, come dimostrato da vari studi economici, cresciuto via via a causa dello sfruttamento coloniale imposto al Sud dall’Italia unita, raggiunse il suo massimo storico, durante il ventennio nero: il 50%. Risalito al 68% negli anni ’80, grazie alla pur vituperata azione della Cassa del Mezzogiorno, e ridisceso in seguito, tornava all’attuale 53% . Ciò grazie all’azione politica, in accordo col berlusconismo e la complicità della sinistra, della Lega Nord, altra creatura del capitalismo subalpino, utile a stroncare sul nascere lo sviluppo industriale del Sud, concorrenziale a quello settentrionale. I valori adottati, sempre gli stessi del fascismo: razzismo e disprezzo verso gli “indolenti meridionali”. Tanto indolenti da essere estranei alla violenza fascista e al successivo terrorismo, di sinistra o di destra che fosse, ma tanto coraggiosi da essere stati i primi a ribellarsi, nel ’43 a Napoli, alla belve naziste, cacciate dalla città da donne e scugnizzi partenopei. Ma questa è un’altra storia.

No meridionalismo? no sud

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea.

Solo chi matura una coscienza meridionalista può contribuire alla nostra causa. Il resto pur, essendo battaglie condivisibili, non possono essere declinate al concetto di meridionalismo.

Tra un mese dovremo scegliere  a quale partito o movimento dare il nostro voto, ho sia amici che “tendono” a sinistra, sia amici che “bazzicano” a destra o che “credono” nei cinquestelle, tutti loro hanno le loro convinzioni e su alcuni punti ognuno di loro ha anche argomenti  condivisibili, ma nessuno verte verso la più grande questione italiana irrisolta: la Questione Meridionale.
Non è retorica, l’Italia ha nel suo sud le Regioni più povere d’Europa e seppur ogni nazione abbia al suo interno territori più o meno ricchi la disomogeneità territoriale presente in Italia non ha eguali in Europa.
Flax Tax, espulsioni, altri 80 euro, università gratis, reddito di cittadinanza, creeranno più occupazione nel Mezzogiorno o quanto meno renderanno almeno equa la disoccupazione?
Miglioreranno le infrastrutture ferroviarie autostradali?
Renderanno degna di uno Stato civile la sanità anche nel sud ?
No, nessuna delle proposte, condivisibili o meno, presente nei programmi dei partiti nazionali, sembra andare incontro alle esigenze di un meridione a rischio desertificazione umana e industriale; i bus che da sud a nord trasportano gli emigrati “Terroni” non subiranno improvvisi cali di clientela; il porto di Gioia Tauro, il più grande porto in Italia per il throughput container, il 9° in Europa ed il 6° nel Mediterraneo, continuerà a non avere le infrastrutture di terra che ne garantirebbero un futuro certo; Matera continuerà ad essere un capoluogo di provincia senza autostrada e senza ferrovia.
L’ elastico della disomogeneità tra il nord e il sud non si accorcerà ed il rischio che si spezzi diventa sempre più concreto.
Solo chi matura una coscienza meridionalista può contribuire alla causa del sud. Il resto saranno anche battaglie condivisibili ma non possono essere declinate al concetto di quel meridionalismo necessario, se non fondamentale, per le necessità del Mezzogiorno.

 

RELAZIONE SULLO STATO DELLA SCUOLA AL PRIMO DICEMBRE 2017. PARLANO GLI INVISIBILI.

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RELAZIONE DI GIUSEPPE DE CICCO

FONDATORE DE “LA SCUOLA INVISIBILE”.

IL TRANSITORIO

Il 31 maggio 2017 entra in vigore il Decreto legislativo 59/17 relativo alla formazione iniziale e al reclutamento dei docenti della scuola secondaria.
A quanto stabilito dal su detto decreto, hanno fatto seguito una serie di decreti ministeriali, con lo scopo di dare attuazione pratica a quanto già fissato nel decreto stesso.
Dal transitorio, restano escluse la scuola primaria e quella dell’nfanzia.
Facciamo un passo indietro: questa legge è il frutto del solito compromesso tra istanze diverse, compromesso che magari all’epoca ( parliamo di pochi mesi fa ), per certi versi ( ma non tanti ), poteva anche essere condivisibile, ma che ora risulta già superato dagli eventi.
La richiesta iniziale dei docenti e delle associazioni e sindacati che li rappresentano, era quella di una graduatoria a scorrimento, sulla falsariga delle Gae.
Sul punto, la chiusura del Governo è parsa subito chiara: le gae, almeno per la scuola secondaria, rappresentano un capitolo chiuso.
Nella realtà, si è visto come questo presupposto, ancora una volta, potrebbe risultare del tutto inesatto ed infondato: le sentenze a favore degli itp ed afam hanno già provveduto a rimescolare, almeno parzialmente, le carte.
Sono infatti recenti le ordinanze che inseriscono in seconda fascia, anche se con riserva, itp e afam, e sembra vi siano anche provvedimenti favorevoli al loro inserimento in gae.
Tutto questo, chiaramente, non ha fatto altro che creare altri disordini nella scuola e malcontenti tra i docenti: segreterie scolastiche, usp e usr costretti a correggere ed integrare graduatorie, e conseguenti variazioni nelle nomine dei docenti ( i nuovi inserimenti in seconda fascia hanno in pratica sconvolto le nomine da graduatoria incrociata per il sostegno ).
A scusante del governo, non si può nemmeno dire che sia stata la prima volta che sia capitata una cosa del genere: c’era già stato il precedente dei diplomati magistrale, che avrebbe dovuto consigliare una condotta ben diversa.
Ma andiamo con ordine: il dlgs 59/17 che avrebbe avuto un fine di “riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria per renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione”, rischia invece di divenire per la scuola l’ennesima fonte di disordine ed ingiustizia sociale.
Cerchiamo di spiegarne i motivi: questi nuovi ingressi in seconda fascia di istituto, o addirittura in gae, se confermati nel merito, porranno il problema di una nuova platea di abilitati che andranno inseriti nel transitorio in una maniera diversa rispetto a quanto inizialmente previsti.
Ipt ed afam andranno assunti dalle gae, senza concorso, e tenendo conto del punteggio, e per giunta da una graduatoria provinciale e non regionale.
Un destino diverso invece, toccherà a chi rimane in seconda fascia d’istituto o addirittura in terza.
Ancora una volta, sentenze giudiziali sconvolgeranno la scuola, creeranno malcontento e disordine, finendo per minare ancora le fondamenta del sistema scolastico intero.
Chiaramente, si potrebbe obiettare che itp ed afam sono stati inseriti in gae o in seconda fascia di istituto successivamente all’emanazione del dlgs in questione: questo porterà a nuove cause, nuovi ricorsi e nuovi contenziosi non solo giudiziari, con tutte le conseguenze del caso.
Riguardo a come verranno assunti i nuovi docenti secondo quanto stabilito dalla normativa in questione preferiamo stendere un velo: va solo ricordato che ogni volta che viene riformato o ritoccato un meccanismo di assunzione, l’aspirante docente deve versare un obolo ( i 24 cfu ), o sottostare a un meccanismo di reclutamento sempre peggiore ( modalità e durata del tirocinio ).
Ci tocca un breve accenno anche alla ormai quasi decennale questione del riconoscimento delle abilitazioni all’estero: se il Miur le ritiene una scappatoia, un imbroglio, allora provveda a respingere le istanze di riconoscimento, altrimenti le accolga: inutile tenere in seconda fascia con riserva per anni docenti che hanno fatto un percorso, o, addirittura tenerli fermi in terza fascia senza prenderlo in alcuna considerazione.
Anche qui è solo una questione di giustizia: ho diritto ad una risposta dallo Stato in tempi brevi, soprattutto se il fatto di essere in seconda fascia di istituto o in terza mi cambia radicalmente le modalità di assunzione.

LA QUESTIONE DEI DM ANTE 92

La ciliegina sulla torta del transitorio è l’esclusione dei diplomati magistrale, quindi della primaria e dell’infanzia, dalle nuove forme di reclutamento: la motivazione fornita è squisitamente giuridica, visto che sul tema è attesa a giorni la pronuncia della Plenaria.
Per noi è l’ennesima prova della volontà della politica di non intervenire là dove invece il suo intervento sarebbe necessario: se si fosse agito diversamente, si sarebbero evitate ulteriori polemiche ed ulteriori discussioni.
Non è questo il luogo in cui darsi ad un excursus storico dei diplomati magistrale, noi vorremmo solo porre un quesito: invece di attendere la Plenaria, che, se positiva, comporterà comunque l’esigenza di un intervento politico e normativo, non si poteva cogliere l’attimo per un riordino del sistema di reclutamento anche per la primaria e l’infanzia, magari stabilendo gli stessi principi?
In sintesi, non si poteva nella stessa sede stabilire una differenziazione tra chi, in possesso del diploma magistrale ante 92, aveva maturato vari anni di servizio, o aveva addirittura vinto qualche concorso e chi invece si trovava in una condizione diversa?
Anche in questo caso la politica ha preferito ancora eclissarsi, con conseguenze ancora più aberranti per la scuola dell’infanzia, che dal piano assunzionale previsto dalla Buona Scuola è rimasta addirittura esclusa!
Le gae infanzia infatti sono ancora piene, al nord come al sud,e, a differenza di quelle della primaria, non perché sono state riempite da ricorrenti che inizialmente ne erano esclusi, ma perché i precari storici, i vincitori del concorso del 1999, aspettano ancora un’assunzione, e questo, dopo averli cancellati dalla graduatoria di merito e averli privati della possibilità di un’assunzione attraverso il sistema del doppio canale.
Signori: si parla di una procedura concorsuale espletata ormai quasi vent’anni fa!
Tutto questo, mentre per i vincitori del concorso 2012 è stata prevista l’assunzione anche degli idonei.
Mah, che dire?
Ma andiamo avanti.

I NUOVI CONCORSI

Con le gae ancora colme per primaria e infanzia ( per le quali non è prevista una nuova fase concorsuale, stranamente ), il transitorio prevede una nuova procedura di assunzione per la scuola media di primo e secondo grado.
E’ vero che per molte classi di concorso le gae delle superiori risultano esaurite o quasi, e per alcune addirittura vuote, e che molte cattedre risultano vacanti, ma è anche vero che, se la legge prevede che le assunzioni previste per il settore pubblico vadano fatte per concorso ( ma si tacciono sempre i limiti e le eccezioni previste dalla legge stessa ), è altresì vero che la Costituzione ci dice che la nostra repubblica è fondata sul lavoro.
Perché non bilanciare i due principi ed evitare inutili spese, sprechi e perdite di tempo?
Perché sovrapporre graduatorie di merito, provinciali e regionali?
Badate bene: in molte regioni del sud, i vincitori del concorso 2016 per infanzia e primaria aspettano ancora di essere assunti e non sanno quando lo saranno, e quelli per la media di primo e secondo grado lo sono stati da poco e non in tutte le regioni.
In conclusione, stiamo facendo di tutto per portare la scuola pubblica al collasso, sovrapponendo riforme a riforme, aggiungendo nuovi meccanismi di assunzione ad altri che non hanno ancora compiuto il loro percorso.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

L’ITALIA E L’EUROPA

Per anni ci è stato rifilato che era l’Europa che lo voleva ( cosa, non l’abbiamo capito )!
Ora, noi siamo convinti che di tutto questo pastrocchio l’Europa non sappia nulla: se sapesse che sono stati indetti ben due concorsi e che se ne bandirà un altro e che i vincitori di un altro concorso, espletato vent’anni fa, attendono ancora di essere assunti, supponiamo che ci irrogherebbe una sanzione ben sostanziosa!
Se sapesse che i precari della Pubblica Amministrazione verranno stabilizzati, mentre docenti precari da più di un decennio dovranno espletare o attendere l’ennesimo concorso, crediamo che si farebbe due risate.
Se sapesse come e quanto verrà adeguato il contratto dei docenti italiani, siamo convinti che ci escluderebbe dal novero delle nazioni civili.
Se sapesse come viene utilizzato il mercato delle assegnazioni provvisorie ( per far rientrare a casa docenti “ deportati “ per un anno, mentre altri lo restano per decenni a graduatorie bloccate ), immaginiamo ci relegherebbero in eterno nell’ultimo dei gironi dell’inferno dantesco.
Se sapessero che la scuola pubblica italiana viene usata per tenere il personale scolastico “l’un contro l’altro armati”, siamo dell’idea che ci avrebbero già commissariati.
Se questo deve essere il nostro destino, che lo sia.
Altrimenti, avviamo, per una volta un dialogo serio.
Alla politica la scelta: noi non possiamo far altro che suggerire una via d’uscita, altro non ci è permesso.

 

Dimissioni del segretario Pierluigi Peperoni

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Il segretario di MO Unione Mediterranea Pierluigi Peperoni ha comunicato le sue dimissioni: “Problemi di carattere personale che non consentono più di dedicare tutte le dovute forze ed energie al movimento stesso.”
Peperoni ha ringraziato tutti per la collaborazione.

Siamo noi a ringraziare Pierluigi per il lavoro intenso svolto in questo anno e per l’impulso dato al movimento in vista dei prossimi impegni.

L’attività di Unione Mediterranea per il riscatto della nostra terra non subirà battute d’arresto e decisioni in merito alla sostituzione pro tempore sono state già prese dal coordinamento nazionale.

Il Presidente di MO Unione Mediterranea, Francesco Tassone, è stato scelto come figura di garanzia, esperienza e saggezza per traghettare il movimento fino al prossimo congresso.

Parola d’ordine: non conta che siano unitari gli strumenti, basta che lo siano gli obiettivi!

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Cinque anni fa, a Napoli, si è ritrovato il Sud che non si arrende. Le parole d’ordine che furono pronunciate allora – e che sono ancora valide, naturalmente – auspicavano la costituzione di un soggetto unitario, dalla voce forte e chiara che proponesse le istanze politiche del “Mezzogiorno”.

Si è compreso fin da subito che il processo avrebbe dovuto procedere sul binario dell’identità. Identità composta da una Memoria recuperata e da uno sguardo attuale. Un binario vero e proprio; due linee maestre che avrebbero condotto alla stessa destinazione.

L’attualità stretta legata alle mille istanze quotidiane e future. Il ricordo della Patria avita posto a loro basamento. Ed il ricordo è stato recuperato grazie al lavoro di moltissimi – cito Pino Aprile come capofila, ma si parla di una schiera di appassionati patrioti -, con risultati sorprendenti: abbiamo visto, infatti, quanto questa operazione di disseppellimento della nostra memoria crei dibattito e fastidio ai nostri colonizzatori ed ai partiti nazionali, veri e propri strumenti di asservimento.

A questa enorme mole di lavoro si aggiunge il contributo di illustri personaggi – fra i tanti: Marco Esposito – che denunciano quotidianamente la sperequazione. E proprio attraverso questo sguardo attuale si può notare quanto in cinque anni il solco si sia fatto – se possibile -, ancora più netto. Esempio lampante (ma non unico) ne è l’attuazione di un federalismo fiscale che taglia le gambe al Mezzogiorno attuando il principio aberrante secondo cui “meno hai, ancor meno avrai”.

E cos’altro abbiamo visto in questi cinque anni?

Abbiamo principalmente visto che la frammentazione è uno degli elementi caratteristici del mondo meridionalista ed è vista come uno dei suoi maggiori limiti se non, addirittura, l’ostacolo maggiore ad un successo più consistente della causa.

Quale insegnamento dobbiamo cogliere da questo? In che modo volgere un possibile limite in un probabile successo?

Non conta che siano unitari gli strumenti, basta che lo siano gli obiettivi. Abbiamo compreso che il meridionalismo non è un pensiero unico e non può esserlo, ma non dobbiamo vedere un limite in questa “diversità” bensì cogliere l’opportunità di raggiungere ambienti e persone con sensibilità differenti, comprendendo che si può concretizzare un percorso costruttivo solo se la diversità non è vissuta in termini di rivalità.

Questa la chiave che deve essere utilizzata per proporsi sulla scena politica.

In questi cinque anni abbiamo dunque commesso errori? SI, ovvio!

Le nostre, eventuali, colpe sono più gravi dei danni subiti dalla storica Questione Meridionale? NO.

Allora come interpretare lo stato attuale?

L’esempio più banale che mi viene in mente è quello di una bottiglia di olio, il nostro olio d’oliva, che abbiamo provato a riempire ma ci è scivolata di mano rompendosi…

La bottiglia, l’olio non si è perso, si è sparso, forse troppo diffusamente, ma si è sparso ed ha macchiato l’anima di altri meridionalisti oltre che dei meridionali fuori dai Territori Storici.

Cosa fare? Semplicemente provare a riempire nuovamente la bottiglia facendo più attenzione a che non ci scivoli ancora dalle mani. L’olio d’oliva è cosa preziosa.
Mai abbandonare la speranza! Speranza che si può trarre anche da piccoli segnali: domenica 19 novembre il circolo territoriale “Ulisse”, che vive la diaspora Lombarda di Unione Mediterranea, ha organizzato un evento per la presentazione de “Il grande libro del Regno delle Due Sicilie”. Vedere la sala riempita di persone attratte dalla Verità Storica e dal rinato orgoglio d’appartenenza alle origini ci può far capire che abbiamo rotto una bottiglia, ma abbiamo prodotto tanto olio da poterne riempire più di una. E poco importa quanto sia difficile operare “all’estero”. Le bottiglie le riempiremo goccia a goccia!

Massimo Mastruzzo,  Portavoce nazionale di Unione Mediterranea

 

Lettera ai meridionalisti

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Con il referedum per l’autonomia di Veneto e Lombradia abbiamo avuto l’inequivocabile prova che l’Unità non esiste. Siamo una colonia e sono stati i Veneti e i Lombardi a dimostrarcelo. Essi hanno avuto la possibilità di farlo tramite un referendum, ma cosa succederebbe se anche Emilia Romagna, Piemonte e Liguria votassero? In Sud Tirolo c’è chi già da tempo lotta per ritornare ad essere austriaco.

Diverse sono le spinte autonomiste ed indipendentiste in Europa e in Italia. La gente ha capito che sono i popoli a fare la storia e che nessuno scenario rimane immutabile. Nemmeno i confini di una Nazione sono definiti per l’eternità.

La Lega Nord crea un partito leghista al Sud (Noi con Salvini) e vi cerca consensi nello stesso tempo in cui, al Nord, persegue il suo obiettivo storico: sancire il diritto di indipendenza/autonomia delle regioni settentrionali in favore di una tanto proclamata superiorità antropologica (noi diremmo che il risultato è stato quello di aiutarci a dimostrare la situazione di colonialismo esistente).

I partiti nazionali, per non perdere consenso nelle lande settentrionali, sostengono e promuovono il referendum (5 stelle compresi), mentre Renzi viene a fare una vacanza in treno (e in bus dove i treni non possono arrivare) nelle regioni meridionali.

Il malcontento è ovunque diffuso nel Mezzogiorno e non esistono più le condizioni per far finta che tutto possa andare avanti stante l’attuale stato delle cose.

Siamo consapevoli che il tempo è scaduto!

Non dobbiamo più aspettare il Messia, la figura talmente affascinante dietro cui tutti i meridionalisti possano unirsi per arrivare il più lontano possibile.

È il momento di essere disposti a sacrificare un pezzo della propria indipendenza e unirsi. Mettere da parte vecchi rancori e individualismi.

È il momento di unire le forze e muoversi, alzarsi in piedi e far sentire la nostra voce!

Con questo gesto soltanto, molte iniziative, non più esclusivamente sul web ma nella vita reale, potranno e dovranno essere intraprese. Esse saranno più incisive e coinvolgenti poiché saranno coordinate e più capillari.

Nessuno dovrà perdere la propria identità ma, ADESSO, è il momento di riappropriarsi del dovuto e prendere ciò che ci spetta. Basta separazioni, agiamo tutti insieme!

Michele Pisani per Mo! Unione Mediterranea.

 

Salvate quei sessantacinque condannati – Una storia di sfacciata sperequazione istituzionale

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di Domenico Santoro

Per quanto tempo vorremo baciare la mano del padrone? Per quanto tempo accetteremo il folle contratto che ci impone di nascondere e considerare accettabile una situazione così sfrontatamente sperequante in cambio delle carezze del carnefice?

Il cane addomesticato torna sempre a casa perché trova rassicurante il collare. Per quanto tempo difenderemo il confortante guinzaglio della mitologia risorgimentale?

Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico – secondo fonti dello stesso ministero – ha chiesto ai vertici di Almaviva di sospendere la dislocazione di 65 (sessantacinque!) lavoratori dalla sede di Milano a quella di Rende. Di per se l’intervento del ministero a difesa dei lavoratori Milanesi è lodevole. Ci si chiede però quale criterio permetta di tollerare la deportazione massiccia di menti e braccia dal meridione ed invece si intervenga celermente e da tanto in alto per salvare 65 (sessantacinque!) persone.

Salvarle da cosa, poi, non si capisce. E’ inquietante rilevare quanto questa sciagurata sottoforma di nazione ritenga svantaggioso il trasferimento d’ufficio in un particolare territorio (da lei nominalmente amministrato) a tal punto da dovere “salvare” un numero così esiguo di persone, mentre la desertificazione demografica di quello stesso territorio non occupi alcun posto nell’agenda politica romana.

L’abdicazione dello stato è sfacciata. Si è rinunciato a portare il meridione nel 2017 e la rinuncia è tale che le migliaia di partenze sono considerate naturali, mentre 65 (sessantacinque!) arrivi sono una iattura tale da dover scomodare un ministro.

L’opinione pubblica italiana dimostra di considerare accettabile questa idiozia sociopolitica, peraltro. Non molto tempo fa lo snobismo tricolore aveva bollato come esagerata la retorica della deportazione, delegittimando le proteste di decine di migliaia di insegnanti meridionali costretti al trasferimento. Oggi 65 (sessantacinque!) possibili trasferimenti in senso inverso diventano un caso di stato nella assonnata indifferenza del belpaese.
Fin quando ci sentiremo “fratelli” e non figliastri? Fin quando questi palesi indicatori di disparità rimarranno lettera morta nelle menti delle vittime? Difendiamo più volentieri il mito di peppino garibaldi e dei goal di Paolo Rossi in Spagna che noi stessi.

Fin quando preferiremo baciare la mano del padrone invece che abbracciare i nostri figli?
Rivolgiamo questa domanda alle nostre stesse coscienze mentre – sia chiaro! – speriamo sinceramente che l’intervento di Calenda sia efficace. A noi, infatti, piace accogliere in nostri amici Milanesi quando essi decidono di venire a farci visita, e non quando sono costretti a farlo. Allora che possa valere anche per loro il nostro auspicio secondo il quale si cominci a vivere in un mondo che abbatta l’emigrazione e le preferisca una virtuosa e VOLONTARIA mobilità.

Rosatellum: la legge elettorale che non ci serviva

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di Pierluigi Peperoni

Approvata a colpi di fiducia dalla Camera, la nuova legge elettorale ora passa al vaglio del Senato. Tralasciando le ovvie considerazioni legate al fatto che si modifichi una legge elettorale soltanto a pochi mesi dalla fine della legislatura, ci sono troppe cose che non convincono e suonano come una condanna per il sud.

Anzitutto i listini bloccati. Non è possibile esprimere preferenze: l’elettore può scegliere un simbolo oppure un nome, ma i voti verranno conteggiati comunque nell’ordine in cui il partito avrà scelto di candidare i propri rappresentanti. Questo significa che l’elettore non avrà alcuna possibilità di poter scegliere chi vuole eleggere. A peggiorare la situazione c’è il fatto che sarà possibile per un candidato essere inserito fino a 5 collegi differenti. Questo significa che se un candidato è presente in più collegi, l’elettore di un dato collegio voterà senza sapere se verrà eletto come riferimento nel proprio territorio o in altri, lasciando spazio a chi è più indietro nella lista. Si ripropone lo scenario delle umilianti elezioni del 2013 dove in tutto il sud Italia (e soltanto nei collegi meridionali) il PD ha imposto ai meridionali dei capilista del centro-nord (Bindi, Epifani, Finocchiaro, Letta, …)

A questo si aggiunge l’assurdo delle liste civetta che torneranno a fiorire. Infatti è previsto che i voti ottenuti dalle liste che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3%, vengono assegnati agli altri partiti della stessa coalizione. Vedremo quindi nascere molti nuovi simboli civici, o presunti tali, che avranno il solo scopo di racimolare qualche punto percentuale in più a favore dei grandi partiti con cui saranno in coalizione.

Per la prima volta si voterà in un sistema misto fatto da collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali. La presenza del candidato uninominale maggioritario è sicuramente interessante: per la prima volta si potrà scegliere un candidato ed essere sicuri che – se raggiunge la maggioranza assoluta nel proprio collegio – verrà eletto a prescindere dal fatto che il suo partito o la sua coalizione superi lo sbarramento. Questo potrebbe premiare persone davvero vicine al territorio. I collegi plurinominali, invece, mantengono le soglie di sbarramento del 10% per la coalizione e del 3% per il singolo partito. Di seguito un’interessante infografica che consente di capire meglio il meccanismo.

Scheda elettorale: clicca per ingrandire

C’è qualcuno che risulta avvantaggiato da una legge elettorale di questo tipo? Noi meridionali tutti dobbiamo temere l’avanzata della Lega Nord. Per la prima volta i leghisti sono in vantaggio rispetto alle componenti più moderate del centrodestra. Con la logica dei collegi maggioritari, considerato il maggior radicamento territoriale dei candidati leghisti, il partito di Bossi, Salvini, Calderoli, Borghezio rischia di fare il pieno di eletti nei collegi uninominali settentrionali. Se dovessero ottenere un buon risultato anche nei maggioritari rischieremmo di avere un parlamento con una forte componente leghista. E sarebbe l’ennesimo disastro.

Catalogna: 5 domande a… Pierluigi Peperoni

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Oggi vi presentiamo il punto di vista sul referendum catalano di Pierluigi Peperoni, Segretario nazionale di Unione Mediterranea, attualmente in carica.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Il percorso catalano è stato favorito da una diffusa consapevolezza della forte identità che li caratterizza come popolo. Abbiamo visto piazze gremite e festanti, abbiamo visto un popolo che nel momento in cui subiva la violenza vessatrice del Governo spagnolo ha saputo reagire compostamente, pacificamente, aggirando gli ostacoli posti sul loro cammino.
Risulta difficile immaginare che il mezzogiorno tutto sia pronto per intraprendere un cammino lungo un percorso così arduo, ma ci stiamo arrivando a grandi passi.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Al momento è difficile trovare similitudini tra due aree che per indicatori sociali, economici e per storia sono molto diverse.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La presenza di un tessuto produttivo ricco che ha interesse a schierarsi a difesa dei propri interessi e una consapevolezza della propria identità che è molto più radicata. Loro sono una regione che ha costruito tanto, noi invece siamo sempre stati indotti a pensare che “non si può”. Inoltre la loro consapevolezza di essere popolo è certamente in una fase molto più avanzata della nostra. Nelle scuole si parla il catalano, esistono canali televisivi catalani e le insegne dei negozi sono nella loro lingua. Evidentemente questo referendum a cui, pare, seguirà la dichiarazione unilaterale di indipendenza è solo l’atto finale di un lungo percorso di autodeterminazione.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Dietro ogni cambiamento storico importante vi sono ragioni economiche. La Catalogna vuole difendere il proprio “status quo” di area ricca. Noi invece subiamo sistematicamente l’attacco dei Governi che si succedono da ormai quasi 160 anni e che vanno sistematicamente a impoverire i nostri territori con scelte che penalizzano gli investimenti, l’università, i servizi.
La loro secessione è difesa dei privilegi, la nostra sarebbe affermazione dei diritti. Per noi sarebbe legittima difesa.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Esiste una questione aperta, di natura squisitamente tecnica, legata alla permanenza della Catalogna nell’Unione Europea: alcuni sostengono che continuerebbe a far parte dell’UE, altri che dovrebbe fare richiesta per rientrare. In questo caso l’ok dovrebbe arrivare dagli stati membri, inclusa la Spagna. Politicamente però l’UE avrebbe tutto l’interesse ad accogliere la Catalogna tra le proprie fila.

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