Archivio Comunicati

I comunicati ufficiali di Unione Mediterranea

Il voto di scambio – Uno sguardo necessariamente e dolorosamente obiettivo

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di Massimo Mastruzzo

È il solito discorso: per una miglior prospettiva servono assolutamente più punti di vista.

Ad ogni tornata elettorale assistiamo al ripetersi dell’avvilente compravendita di voti. A costi per altro miseri: si parla di 20/30€ a scheda.

La conseguente indignazione come reazione ad questo fenomeno ritenuto inaccettabile è perfettamente legittima.

L’indignato, sovente, rivolge le sue critiche al corrotto e non al corruttore: “Vendersi per 20/30€ è una vergogna“, tralasciando – con l’avallo dei mass media – di contestualizzare la condizione sociale del territorio in cui avviene l’illecito.

Il corrotto in questi casi non è più disonesto di un elettore che vive in un miglior contesto e con una condizione economica più agiata. E’ semplicemente più povero e combatte la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza. Lotta che, più spesso di quanto ci piaccia pensare, esclude la normale dignità. Dignità (legittimamente) invocata da chi non capisce queste dinamiche orribili, ma che spesso non è concessa se è vero come è vero, ad esempio, che viviamo in una nazione caratterizzata da una migrazione interna quantomeno “bizzarra”.

Il punto è un altro, comunque: chi è il corruttore? Chi sono questi impresentabili che invece si presentano con tanto di obolo?

È forse espressione di qualche realtà politica che viene da Marte? Oppure, con meno fantasia, è espressione di piccole realtà locali o piccole liste civiche?

Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, si tratta di vili personaggi legati ai grandi partiti nazionali e che sospettosamente sfuggono ai controlli dei loro partiti (ed alle varie commissioni preposte), all’atto delle selezioni dei candidati.

A voler essere pessimisti ci sarebbe da rassegnarsi come qualche giorno fa, su Radio 1, il sen. Morra (Genovese, eletto in Calabria) così argutamente ci spiegava: “[…] Già metter su liste in Calabria è difficile perché in una regione governata economicamente da logiche di scambio in cui l’economia assistita decide pressoché tutto,
avere persone libere capaci di fronteggiare i capibastone locali è difficile

La perla razzista era calata in un funambolismo ridicolo teso a sminuire la sconfitta del M5S alle amministrative, ed è fortunatamente smentita da esempi brillanti quale quello della lista CambiaMenti che a Botricello, col nostro Franco Falbo ha onestamente e senza compromessi dato battaglia. Nessuna logica d scambio anche senza appartenere al partito del Messia più comico che ci sia.

Chiudo citando lo stesso Falbo, su Morra:

Morra non è calabrese ma genovese. Non presentano liste in Calabria per la sua incapacità a gestire il partito. Vedi Cosenza alle passate amministrative dove contro la volontà dei meetup ha candidato sindaco l’ing. Coscarelli ed a Crotone che invece del meetup storico ha preferito un candidato di un circolo costituito ad hoc. In Calabria 5s non attecchisce perché lontano dai bisogni della gente. Fanno solo propaganda ed i calabresi sono gente di sostanza. Mi piacerebbe chiedere a Morra chi hanno votato a Botricello gli iscritti 5 stelle. Noi la lista l’abbiamo fatta al di fuori di tutti i partiti, ci siamo battuti con le fionde contro i carri armati ed abbiamo preso 1.075 voti. Voti liberi. Troppo bello e comodo l’alibi della ndrangheta.

Camera a Sud – Festival itinerante di cultura meridionalista

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“Camera A Sud”, festival itinerante di cultura meridionalista (ispirato al titolo dell’omonima canzone di Vinicio Capossela), è un format che nasce da un’idea di MO! – Unione Mediterranea e che è patrocinato, in questa prima tappa a Manfredonia, dal Comune, dall’Agenzia del Turismo e dal Gal DaunOfantino.

Composto da sette serate (il programma è reperibile sull’evento facebook) è una manifestazione culturale dedicata alla Questione Meridionale, dalla sua nascita con l’unità d’Italia al suo progressivo aggravarsi, e sarà itinerante, affidando ad ognuno dei relatori un luogo specifico della città di Manfredonia. I libri degli autori saranno il punto di partenza di ogni serata e daranno il via a un confronto con il pubblico.

Perché organizzare un evento del genere? Per un motivo molto semplice: la cultura è potere.

E’ ormai giunta l’ora di mettere al corrente la popolazione delle ragioni delle continue ed ingiuste disparità Nord-Sud. E’ necessario far sì che il cambiamento nelle coscienze meridionali passi anche e soprattutto per la cultura, unica chiave di volta utile a far comprendere la verità storica. Capire meglio il presente, per poi modellare il futuro dipende esclusivamente da questo.

Manfredonia sarà dunque solo la prima di tante tappe del festival, che sarà riproposto in tutte le città interessate alla manifestazione. Il format sarà sempre lo stesso e cercherà di dare voce ai tanti artisti, musicisti e scrittori meridionalisti del nostro tempo, in modo che la nostra vicenda, costantemente soffocata dal pregiudizio diffuso, possa finalmente usufruire del panorama che si gode osservando il mondo dalla finestra della “Camera A Sud”.

Facile come rubare il futuro ai Calabresi – Quale prospettiva, senza trasporti?

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di Massimo Mastruzzo

“Facile come rubare le caramelle ad un bambino”

Il detto è famoso e talmente diffuso che difficilmente si riesce ad immaginare un’altra idiomatica che possa rendere così universalmente il senso inteso. Eppure se l’andazzo rimane questo, il primato di tanta locuzione potrebbe essere insidiato da “facile come rubare il futuro ai calabresi”.

La Calabria, infatti, dopo essere stata colpita via mare e via terra, viene ora “bombardata” per via aerea.

Non sazi dei mancati investimenti nelle infrastrutture terrestri che stanno soffocando il porto di Gioia Tauro, non soddisfatti del nulla ferroviario e autostradale, i mammasantissima del trasporto pubblico affondano un’altra stilettata al mai troppo auspicato sviluppo meridionale. L’ultimo affronto viene dal presidente dell’Anac Vito Riggio che, ritenendo inutili gli aeroporti di Crotone e Reggio, suggerisce addirittura una loro chiusura.

Questo, per una delle aree più svantaggiate d’Italia, è quanto di più cinico, iniquo e politicamente deleterio ci si potesse aspettare, soprattutto all’indomani delle dichiarazioni di Gentiloni che invitava ad investire nel Mezzogiorno. Perdonatemi il francesismo ma in Calabria gli eventuali investitori come cazzo ci devono arrivare? Se continuiamo a presentare una parte del paese non già come un luogo su cui investire ma come un ramo aziendale infruttuoso, chi volete che si interessi alle sorti di milioni di contribuenti? Invece di risolvere l’evidente deficit infrastrutturale che taglia dal Paese e dall’Europa le nostre aree, ci propinano soluzioni che affondano ogni speranza di ripresa.

Credo che l’unico comportamento da adottare sia non aspettarsi nulla dalla politica nazionale. Proporre vie nuove e strettamente legate al nostro territorio dovrà essere la nostra difesa. Imporre forze fresche che abbiano a cuore gli interessi della nostra Patria: l’unico contrattacco possibile.

Calabresi? Tutti ‘ndranghetisti – La stampa italiana e le maliziose narrazioni salgariane

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di Massimo Mastruzzo

Torno malvolentieri su questo argomento: l’associazione esclusiva fra mafie e meridionali. Gli altri si dovranno accontentare del semplice epiteto di “collusi”. Rassegniamoci ancora una volta a questa conclusione che ci fregia di questo sgradito ed antico pregiudizio. Abitudine giornalistica, criticata anche da Umberto Eco, ereditata dalla retorica giustificazionista prodotta dall’invasore piemontese nel periodo post-unitario. Concezione rafforzata dalle false teorie Lombrosiane e concretizzata nell’infame legge Pica del 15 agosto 1863, n. 1409 (“Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette”).

Non si spiega altrimenti l’ennesima generalizzazione. In questo caso è il Fatto Quotidiano a sputare in faccia ai cittadini onesti di San Luca. Espungere le brave persone da un panorama sociale complesso quale quello della locride è funzionale alla narrazione catastrofica alla quale gli italiani sono abituati. A San Luca devono essere tutti ndranghetisti, altrimenti cosa racconti ai tuoi lettori? La vulgata salgariana vende. Pensateci: si parla di una landa esotica, dove le anime sono tutte nere. Il titolo di buon selvaggio è conferibile esclusivamente post mortem (e solo se si è vittima di mafia). Il civile italiano può provare un brivido avventuristico stando seduto nel suo salotto distante poche centinaia di chilometri da questa Mompracen. Il dipinto è paradossalmente rassicurante e lo è perché la conferma dei propri pre-giudizi o delle proprie idee è rassicurante in se.

Leggiamo quindi (molte) frasi del tipo “Ma è quello che è avvenuto dopo che dà la dimostrazione plastica di come il territorio di San Luca e la sua società sia completamente infiltrata alla ‘ndrangheta.”, che lasciano intuire come la totalità della cittadinanza si fosse prestata allo squallido inchino (che purtroppo non è possibile negare).

Strano. Qualche riga più su l’articolista riportava che solo vicini di casa e parenti (plausibilmente persone dell’entourage di Giorgi, e non altri!) si erano prestati a questa ignominia. Quando si generalizza si tende a fare confusione e a perdere lucidità, pare.

Appare chiaro che tutti vengano sacrificati alla “sicurezza narrativa” di cui parlavo poco fa. Criminali e non. Poco importa se gli individui onesti (che ci sono!) vengono traditi due volte: la prima dai quei concittadini che il cancro lo omaggiano; la seconda da chi si dice cronista ma li abbandona, privi di speranze, alla generalizzazione più sconfortante. Quale speranza avranno le persone oneste, se per vendere qualche copia in più, le si ficca a forza nel novero di “partenti ed amici”?

Eppure i distinguo, i giornalettisti italiani, li sanno operare. Quello che avviene in merito ad Expo, vero e proprio vulnus all’onore della c.d. “capitale morale italiana“, è indicativo. Il GIP scrisse di ”Gravi superficialità” e di ”[..] convenienze” di “[…] soggetti appartenenti al mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni” (insomma, dei Cumenda meneghini d.o.c.). Il Procuratore capo di Milano, Francesco Greco, in conferenza stampa, aggiunge: ”Le organizzazioni criminali sono riuscite ad inserirsi nelle partecipate pubbliche”. Il Procuratore aggiunto Ilda Boccassini, dice che il commissariamento della Nolostand spa, società del gruppo Fiera Milano, attraverso cui gli arrestati sono accusati di aver ottenuto dalla Fiera di Milano 20 milioni di euro di appalti, è un messaggio che viene lanciato ai grossi gruppi e alle multinazionali per avvisarli che con i loro comportamenti colposi stanno consentendo infiltrazioni di associazioni mafiose. (ibid.)

Come si vede in questi casi l’aggettivo qualificativo “rafforzativo” indicativo di criminalità collettiva non viene usato per identificare tutti i lombardi. Solo per fare un esempio più chiaro: Crocetta, siciliano, potrebbe essere indagato per mafia; Maroni, lombardo, solo per collusione.

Prendiamo un altro esempio: Mafia capitale. Nonostante la capillare diffusione del fenomeno a tutti i livelli, non mi pare che i romani o Roma stessa siano stati “appiattiti” sul ruolo del caloroso fiancheggiatore. Evidentemente si pretende che il Calabrese si dissoci pubblicamente (così come il Musulmano onesto e rispettoso DEVE dissociarsi dai pochi pazzi estremisti). Ma a pretenderlo chi è? E’ proprio il lettore salottiero che si sente Sandokan per qualche minuto, e che non si capacita di quanto – a giudicare da quel che legge – certe cose “ci vadano bene”.

Eppure chi di mafia se ne intendeva (un certo Giovanni Falcone) ebbe modo di affermare che: “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni

Lettera morta. Lo stato da noi è assente, salvo quando si tratta di Equitalia o delle tornate elettorali. Inutile ricordare quanto i partiti nazionali continuino ostinatamente a proporre i soliti collusi, di volta in volta. Inutile dire che questo dovrebbe palesare quanto la mafia sia solo un sottosistema di una macchina più grande. Finché continueremo a leggere romanzi sulla “stampa”, finché al lettore del Fatto Quotidiano propineremo generalizzazioni continueremo a vedere film e cartoon dove basta far parlare il personaggio con un certo accento per comprenderne il ruolo a priori.

La vittoria definitiva contro le mafie, invece, inizierà quando avverrà il rovesciamento di queste logiche. Inizieremo a vedere la luce quando i cittadini di questa malnata nazione smetteranno di vederci come complici di una pena che scontiamo, e pretenderanno – ad ogni latitudine – che lo stato intervenga seriamente. La vittoria comincerà quando noi rovesceremo questa classe politica che delle mafie si è sempre avvalsa. Il riscatto si avrà quando abbatteremo quella classe politica che giustifica i mancati investimenti in aree come quella del porto di Gioia Tauro per il rischio di infiltrazioni mafiose, quando invece proprio lo sviluppo socio economico di determinate aree darebbe pesanti spallate ai criminali nostrani.

Lasciatemi concludere con una nota di speranza. I cittadini di San Luca non sono tutti dei ‘ndranghetisti, i calabresi non sono ‘ndranghetisti, i calabresi sono Antonio Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi che ha denunciato facendo arrestare dei mafiosi e che da quasi tre anni vive sotto scorta; sono Antonino De Masi imprenditore antimafia che vive ed opera nella Piana di Gioia Tauroal quale le abnche e le istituzioni hanno voltato meschinamente le spalle; sono Gaetano Saffioti che il 25 gennaio del 2002 dopo vent’anni di intimidazioni, estorsioni e testa china, decise di farla finita e riprendersi la sua libertà: si recò in procura e denunciò le ‘ndrine Piromalli e Bellocco che per decenni lo avevano privato della sua vita e del suo diritto di fare impresa: un eroe contemporaneo, un calabrese, imprenditore, testimone di giustizia; un motivo d’orgoglio per il quale sentirsi fieri di essere nati qui, nella terra dimenticata da Dio e dallo Stato.

C’è speranza. Chiediamo alla stampa di non abbandonarci, facendo di tutto il nostro popolo “carne da macello” attraverso svilenti generalizzazioni

Vittorio Feltri è un pagliaccio – L’ennesima puntata della ignobile farsa italiota chiamata “giornalismo”

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Il più asservito dei pennivendoli italiani, vero e proprio insulto vivente al concetto di Giornalismo, dà alle stampe (virtuali) una nuova squallida puntata della sua vicenda professionale.

Sappiamo già che Feltri ed i suoi scrivono nelle pause fra una salamelecco ed un inchino ai propri padroni, e che la frustrazione di questi signori si traduce spesso in isteriche arringhe destituite di ogni fondamento razionale o documentale. Non ci stupisce dunque che l’articolo di oggi si presenti come un coacervo delle solite scemenze, delle consuete imprecisioni, delle note inesattezze, della ridicola bile e dell’immancabile razzismo di marca Feltriana.

Si parla di Napoli Autonoma. Passi il fatto che il fogliaccio in questione sia così disinformato da non citare MO! Unione Mediterranea e Flavia Sorrentino in merito al progetto: le dinamiche dell’informazione sono rigide e concentrarsi sulla reale paternità della proposta sarebbe risultato in una disamina forse un po’ farraginosa. Questa concediamogliela: in via Majno preferiscono le boiate alla precisione giornalistica, lo sappiamo bene.

C’è altro su cui concentrarsi. Non si capisce, ad esempio, da dove queste penne eccelse desumano un’alleanza così stretta fra i soggetti coinvolti (De Magistris, De Luca, Scotto) e la Lega. Per certa gente, evidentemente, condividere la contingenza di un singolo progetto politico equivale ad apparentamento. L’idea che invece si tratti di Politica (ovvero compromesso, anche col peggiore avversario, in vista di un bene maggiore), non sfiora questi soggetti. Ci viene il sospetto che di Politica, sti personaggi, non capiscano un fico secco.

Come se non bastasse questa cantonata, il funambolismo logico prodotto riesce a legare la volontà di rinunciare a 259 milioni di euro (in cambio dell’autonomia amministrativa) con la fantasiosa elezione di Napoli a “Capitale Italiana degli sprechi”. Non si capisce il senso del passaggio. Non si leggono dati dai quali è dedotto questa presunto “primato” partenopeo. L’unica cosa che passa è il solito squallido razzismo antimeridionale, basato sul nulla. Ma si sa: la pattumiera (scusateci, ma non troviamo altri modi per definire la redazione di Libero) è ubicata a Milano. E’ arcinoto che la limpida aria della “Capitale Morale” possa dare alla testa. L’atmosfera, a quelle vette di onestà, è rarefatta. Expo non si vede quasi, da quelle altezze vertiginose!

Ecco qui l’opera d’arte (nel caso in cui aveste voglia di farvi venire l’ispirazione per una sana pernacchia)

Grazie, Giovanni

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Si rischia di essere estremamente banali nel commemorare persone del calibro di Giovanni Falcone. Noi vorremmo spendere poche parole e ribadire quello che idealmente diremmo ad Impastato, Siani, Imposimato, Borsellino, Chinnici, Garofalo (ed alle centinaia di altre persone più o meno note, strappateci dalla criminalità organizzata). Vorremmo schivare la facile retorica del vessillo.

Vorremmo solo, banalmente, ricordarci qualcuno che ci scalda il cuore e ci riempie lo stomaco di coraggio. Vorremmo solo poter dire a Giovanni che noi ci siamo, che vogliamo lottare, e che lo stiamo facendo. Piano piano. Con un’infinitesima porzione della sua determinazione. Ma che lo stiamo facendo.

Grazie Giovanni

In Memoriam
Giovanni Falcone 18/5/1939, 23/5/1992

Sud 2.0 – Due chiacchiere con Pino Aprile

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Il progetto Sud 2.0, architettato dallo scrittore meridionalista Pino Aprile e dall’ingegnere gestionale Agostino De Luca è ormai sulla rampa di lancio. Sud 2.0 è un progetto sociale che mira al lancio di start up innovative meridionali, giovanili e non, da finanziare e assistere allo scopo di favorire il rilancio economico del Mezzogiorno, facendo da sé, senza più aspettare e senza nulla chiedere. Insieme, Sud 2.0 si propone di fare informazione slegata dagli stereotipi e dai pregiudizi sul Mezzogiorno diffusi dai media nazionali. Sull’iniziativa, che sarà lanciata ufficialmente il 27 maggio a Campobasso, cui seguiranno altre presentazioni pubbliche nelle maggiori città, abbiamo intervistato Pino Aprile.


Ciao Pino. Raccontaci cos’è Sud 2.0

«Uno strumento per creare una rete di giovani imprenditori al Sud. Lanceremo una raccolta fondi (crowdfunding) per un milione di euro e con quei soldi (dipenderà dalla somma raccolta) faremo incubatori per aziende innovative di giovani del Sud (a regime, uno in ogni regione) e un quotidiano online che sostenga diritti e ragioni del Mezzogiorno. Su www.sud2-0.it c’è tutto. I giovani le cui idee saranno selezionate e finanziate, dovranno impegnarsi a non de-localizzare l’azienda, né a cederla ad altri, per almeno cinque anni, e ad avere intrecci societari, anche minimi, con le altre start up che nasceranno e con Sud 2.0. In modo da avviare una rete che si radichi nel territorio. I giovani aspiranti imprenditori riceveranno un finanziamento metà in servizi (ufficio, segreteria, assistenza legale, commerciale, bancaria e ogni consulenza necessaria, tutoraggio) e metà in soldi. Questa non è farina del mio sacco, ma di Agostino De Luca, giovane ingegnere gestionale, con anni di esperienza nelle due più grandi agenzia d’affari del mondo, prima di fondare la sua, pioniera in Italia nel genere (personal financial consulting). Il nostro intento è rafforzare la comunità meridionale e per questo c’è bisogno delle condizioni economiche per fermare l’esodo dei giovani e offrire una alternativa a chi volesse tornare. Capito che l’Italia non darà mai al Sud le stesse infrastrutture e opportunità che al Nord, il cui benessere si regge sulla subordinazione imposta al Mezzogiorno, l’unica strada per uscirne è far da soli».

Ma non è tutto qui. Parlaci del giornale. Qual è il suo scopo principale?

«Sud 2.0 è concepito per ricostruire la comunità meridionale che ha bisogno di lavoro (altrimenti i giovani se ne vanno), ma soprattutto di sapere e capire perché è desiderabile restare o tornare al Sud. E per questo, è necessario riscoprire i valori della nostra storia, della nostra terra, delle sue diversità, dei legami con gli altri.»

L’obiettivo finale di Sud 2.0? Qual è?

«Non c’è: è una linea spostata sempre più avanti. Abbiamo idea di dove si può arrivare; anzi, dove vogliamo arrivare, ma non ha senso parlarne ora. Quanto lontano andare dipenderà dalle adesioni al progetto (quindi aderite, aderite, aderite). Io avevo paura: la mia competenza è altra e il mio solo patrimonio è quel pizzico di credibilità conquistata in quasi mezzo secolo fra giornali e libri. La reputazione è come la verginità: si perde una volta sola e per sempre. Alla fine, mi hanno convinto: la tua bella faccia, lucida e al sicuro in un cassetto non è utile a nessuno. I soldi che raccoglieremo saranno restituiti al territorio nel modo che ho detto. Altre risorse ed eventuali guadagni, per statuto, saranno tutti reinvestiti. Dopo tre anni, si avrà un’idea di quanto vale Sud 2.0 e si metterà in vendita almeno metà delle quote, mirando a un azionariato popolare. Ma per altri due anni, tutti gli introiti saranno essere usati per creare lavoro, ricerca, sviluppo. Sud 2.0 e quel che ne deriverà deve esser “conveniente” o non servirà ad attrarre i giovani e generare futuro. Tutti devono esser pagati per quel che fanno, al meglio che si può (il volontariato se lo può permettere chi ha comunque un reddito). Chi scrive per il giornale avrà compensi decorosi, non i tre euro ad articolo che umiliano tanti ragazzi colpevoli di voler diventare giornalisti. Sud 2.0 è un progetto che poggia sulla fiducia in se stessi e negli altri. La campagna di crowdfunding parte il 15 giugno»

MO! Unione Mediterranea Caserta – Varo del nuovo sito

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E’ con grande piacere che comunichiamo il varo del sito web ufficiale del Circolo casertano del nostro movimento. Potrete raggiungerlo clickando qui.

Noi i negri non li vogliamo – I Cuneesi dalla memoria corta

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Soffrono di una vera e propria amnesia, o è semplicemente un caso estremo di memoria selettiva quello che spinge i Cuneesi a dimenticare il “grande esodo” che li rese protagonisti, tra il 1876 e il 1914, di una massiccia emigrazione verso paesi quali la Svizzera, la Germania, la Francia e l’Argentina. Erano boscaioli, roncatoli di terra, pastori, mendicanti che quando la crisi agraria colpì il settore contadino preferirono abbandonare le loro terre per sfuggire alla precarietà e alla miseria.

Nel 1876, sul totale dei 34.509 emigranti italiani diretti in Francia, 21.233 provenivano dal Piemonte, in particolare dalle province di Torino e Cuneo. Tra il 1901 e il 1913 partirono alla volta dell’Argentina ben 151.030 piemontesi. Lo sa bene Papa Francesco, figlio di emigranti piemontesi, cosa significa sentirsi lontani dalle proprie radici, e dal Forum su migrazioni e pace lancia l’appello “proteggere i migranti è un imperativo morale”. Ma l’Argentina non accolse i cuneesi con cartelli intimidatori pregni di parole d’odio e razzismo quali “questo non è un consiglio, ma una minaccia, noi i PIEMONTESI non li vogliamo”; l’Argentina decise che gli immigrati dovevano essere integrati attraverso la scuola, l’istruzione e la conoscenza della lingua.

Si vede che la pancia piena rende la memoria corta, e la notizia che la casa delle opere parrocchiali avrebbe ospitato una ventina di migranti è bastata a scatenare un’ondata di odio in due piccole frazioni della provincia di Cuneo (Roata Canale e Spinetta), espressa in modo becero e gretto, attraverso fogli A4 dal contenuto inqualificabile, affissi un po’ ovunque dal portale della chiesa di Roata Canale alle pensiline dei bus, fino ad essere imbucati nelle caselle di posta dei referenti del comitato di quartiere, perché il messaggio fosse chiaro e diretto.

La vicenda è, come sempre, una storia di odio e di egoismo, perché la casa delle opere parrocchiali era stata costruita, anni fa, anche con i soldi degli abitanti delle frazioni per essere adibita ad asilo, poi il Comune ne costruì uno poco lontano e per decenni a causa della mancanza di fondi lo stabile era rimasto inutilizzato. Ora gli abitanti rivendicano il diritto di decidere chi è meritevole di assistenza e di aiuto. I bambini piemontesi sarebbero stati degni di occupare quegli spazi, ma i migranti no, non hanno pari dignità, non sono esseri umani in difficoltà, non rappresentano una risorsa o un arricchimento, ma solo un problema da evitare.

E potremmo pensare che l’iniziativa di pochi non sia sufficiente ad etichettare un intero paese come razzista, ma il problema è che non si tratta di “pochi singoli ottusi”. Il Vescovo di Cuneo, Monsignor Piero Delbosco, il 30 aprile ha incontrato circa 400 cittadini in un’assemblea pubblica e dopo circa due ore di dibattito dai toni accesi, in cui il vescovo aveva cercato di spiegare il progetto di accoglienza dell’associazione Ubuntu di Cuneo, l’incontro si è concluso con un secco: “Non li vogliamo”.

Ma se da una parte questa situazione sta mostrando a tutti le miserie di una comunità quanto meno poco solidale, dall’altra un messaggio di ottimismo e conforto ci viene dalle dichiarazioni del medico locale Corrado Lauro che opera in chirurgia generale all’ospedale Santa Croce di Cuneo. Il 25 aprile giorno della Resistenza dal nazifascismo, il Dott. Lauro, per condannare i toni inaccettabili dei manifesti razzisti, ha minacciato di non garantire l’assistenza sanitaria agli abitanti delle due frazioni di Cuneo, se non in caso di immediato rischio vita. E’ vero, sempre di dichiarazioni si tratta, ma non a caso il manifesto razzista è anonimo, mentre la presa di posizione contro l’egoismo e l’indifferenza porta un nome, un cognome e una faccia, e questa faccia a noi di Unione Mediterranea piace, e pure tanto!!!!

Io accuso – In memoria di Peppino Impastato

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Oggi è il 9 maggio. Oggi commemoriamo il martirio di Peppino Impastato. Quel Peppino Impastato che è diventato un vero e proprio vessillo avverso al cancro mafioso. Un santo laico che ha assunto i tratti ideali dell’eroe Gucciniano. Giovane e bello ci appare Peppino. Molti cedono al fascino angelicante di simili figure, scremando l’uomo ed assumendo l’icona.

Così Peppino Impastato diventa un abito per tutte le stagioni dell’antimafia, e miracolosamente si adegua ad ogni drappeggio politico o filosofico di chi combatte la piovra (o di chi dice di farlo). Questo, da un lato, fa un torto all’uomo Impastato ma dall’altro sopperisce ad una esigenza chiara. Chiunque combatta un nemico compatto dovendo contare su forze eterogenee sa bene quanto servano gli stendardi sotto i quali aggregare le proprie schiere. Lo avrebbe capito anche lui.

Oggi MO! – Unione Mediterranea non vuole usare questo torto a Peppino. La sua via non è esattamente la nostra, anche se ne condividiamo lunghi tratti. Noi oggi vogliamo, col cuore in mano, commemorare l’uomo, non la bandiera, e quindi non avocheremo nessuna paternità fittizia da parte sua.

Quello che però possiamo fare in totale autonomia, nel pieno rispetto per Giuseppe, è affermare senza alcun tentennamento che la sua battaglia contro la mafia è anche la nostra. Che onoriamo e ricordiamo con trasporto un figlio della nostra terra che per la nostra terra è stato chiamato a compiere il sacrificio estremo.

È proprio per continuare a combattere chi lo uccise che MO! – Unione Mediterranea punta il dito in faccia ai vari Badalamenti, Pesce, Bidognetti, Provenzano.

Ma non solo a loro. I mafiosi sono solo parte del problema. Puntiamo il dito contro questo stato che è da sempre alleato ed ha concesso dignità istituzionale alla mafia. Accusiamo platealmente questo stato di essere in rapporti di stretta collaborazione con la criminalità organizzata.

Accusiamo questo stato di essere corresponsabile e mandante della morte di Peppino, essendo contiguo al fenomeno mafioso e di conseguenza non titolare di una seria lotta nei confronti di quest’ultimo. Accusiamo questo stato di stare dalla parte sbagliata. Quando il governo italiano ha deciso di quale “parte di se” sbarazzarsi ha deciso di abbandonare (fra le altre) persone come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino o il generale Dalla Chiesa, conservando perversi vincoli con chi, ai maxiprocessi, siede dietro le sbarre.

Nulla di cui stupirsi, comunque. Nel triste maggio del 1978, chi deteneva il potere pubblico, abbandonava anche Aldo Moro. L’ennesimo suo uomo sacrificato sull’altare dalle trame oscure. Le scelte di campo del governo italiano sono purtroppo sempre state chiaramente orientate.

Probabilmente saremmo stati avversari politici di Peppino, ma ci onoriamo di combattere lo stesso nemico

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